| STORIA |
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| IL TERREMOTO DEL 1703 | |
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| ECONOMIA E ARTIGIANATO | |
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PIZZOLI Il Comune di Pizzoli, è situato a nord ovest della città di L’Aquila, nell’alta valle dell’Aterno, dista dal Capoluogo di Regione circa 15 Km ed è a 740 metri sul livello del mare. Fa parte della Comunità Montana “Amiternina” ed il 50 % del suo territorio ricade nel Parco Nazionale “Gran Sasso – Monti della Laga”. La sua popolazione è di circa 4000 unità. La sua estensione territoriale è pari a 56,11 kmq, le strade urbane si estendono per 50 km, le strade extra urbane per 40 km e le strade vicinali per circa 60 km. E' uno dei comuni che continua ad avere un congruo sviluppo edilizio. Confina con i comuni di Barete, Montereale, Capitignano e L'Aquila. Fino agli anni trenta del secolo scorso nel suo territorio era compreso anche il paesino di San Vittorino col teatro. Il paesaggio ha una conformazione prevalentemente montana con monti aspri per lo più composti da pareti calcare dove alla vegetazione originaria, fatta di querceti e faggeti, si è aggiunta negli anni '40 e '90 vasti rimboscamenti a pino nero. Lungo tutto il territorio vi sono molte zone panoramiche e di grande pregio paesaggistico. Poi il paesaggio degrada verso la pianura della conca aquilana (sud-est) e l'alveo del fiume Aterno che da Aringo va verso Popoli. Su questo si costruirono, in passato, alcuni mulini (tra cui quello ancora funzionante in prossimità di Santa Maria delle Fornaci). |
LA STORIA
La valle superione dell’Aterno fu sede
primitiva dei Sabini e la città più important
Nelle memorie di Farfa, si hanno abbondanti ricordi dei beni posseduti dalla Badia nel comitato di Amiterno, questi potrebbero aiutarci a comprendere la topografia del territorio pizzolano. Secondo il Chronicon Farfense (Pag. 372) verso l‘anno 859 l’abate Perto affitta dei beni al prete Oldeprando: “in territorio Amiterno ubi dicitur campus de Asinino infra ipsam civitatem et ad ponticellum”. Lo stesso abate concesse in territorio Amiterno “ ubi dicitur Marruce duas petias modiorum quorum et aliam petiam m. sex ad dandam in Curte nostra de Lauriano”. Segue poi il computo dei possessi distratti da altri alla Badia nello stesso territorio: “in S. Xisto… In Castello Sassa… in Terea… in Marruce…. In Canali… in Ragiolo” (p. 423-428). Nell’anno 981 l’abate Giovanni comperò: “in territorio Amiterno ad S. Petrum in Corvio… Fines eorum rivus Derentanus quomodo pergit in Villa de Ragiolo et via de Ompligiano et Collis de Baliano et Monumenta de Clesurolo et monte super Marruce.. (pag. 483). Questi fanno intendere che anticamente il territorio di Pizzoli erà diviso in due dipartimenti, Ragiolo (Rajolo) e Marruce (Marruci) come confermato dall’Antinori nel 1821 quando, descrivendo la terra di Pizzoli, cita: questa terra è distribuita in due grandi dipartimenti, uno detto Rajolo l’altro detto Marruci. Alla fine del IX secolo, i Saraceni, con le loro violente incursioni, distrussero monasteri e villaggi e completarono la desolazione delle nostre terre. Quest’esperienza portò gli abitanti della valle e dei borghi sparsi per la campagna a difendersi, rifugiandosi in luoghi elevati e fortificati, i castelli. I Normanni nel 1130 riunirono i possedimenti continentali e la neo occupata Sicilia sotto lo scettro di Ruggero II che fu incoronato re di Sicilia e di Puglia, dando origine ad un regno feudale che assumerà in seguito la denominazione di Regno di Napoli. Dal 1140 al 1143 Anfuso, figlio di Ruggero II, completò la conquista dell’Abruzzo appenninico, che fu annesso al regno di Sicilia. Difficile stabilire l’ampiezza e l’importanza che poté avere Pizzoli nel contesto amiternino, sta di fatto che in epoca normanna fu incastellato. Nel 1185 Castrum Piczolum (Pizzoli) insieme a Pescorocchiano, Castiglione di Tornimparte, Amiterno, Vigliano, Rocca di Corno e Sassa è feudo di Gentilis Vitulus. Con la ricompattazione delle terre amiternine gli altopiani abruzzesi furono riuniti al Tavoliere delle Puglie e riprese l’economia e la transumanza verso il sud e verso l’agro romano. E’ del 1172 l’assise di Guglielmo II che regola la transumanza. Nasce in questo contesto l’idea di una grande città. |
La nuova città: L’Aquila
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La dominazione Spagnola Galleria fotografica
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Il terremoto del 1703
Dopo il terremoto del 1703 la collegiata di San Lorenzo in L’Aquila risulta essere in gran parte distrutta tanto che vi è la pretesa dell’arciprete di San Biagio di trasportare nella propria chiesa le reliquie di Sant’Equizio << perché verrebbe quasi a depopularsi quella contrada dove al presente si trova>>. Anche se la chiesa di San Lorenzo di Pizzoli in L’Aquila ha subito notevoli danni, in essa si continua a celebrare, perché, venendo meno questa funzione, potrebbe svilupparsi una speculazione sul territorio. Il 24 novembre 1709 fu respinta definitivamente la proposta dell’arciprete di S. Biagio per le reliquie di Sant’Equizio, argomentando di farle rimanere nel quarto di San Pietro, anche per evitare che la chiesa vada incontro a diroccamento. Questo giudizio provoca un sussulto di patriottismo municipale nel locale di Pizzoli, tanto che venne risistemata la cappella ove erà deposto sant’Equizio e che non manca se non sistemare l’antiporta e mettere a posto le campane. Tutta la città è in ricostruzione e i finanziamenti si susseguono per ricostruire i monumenti più importanti, una prima elemosina di 20 ducati, venne deliberata il 6 maggio 1714 per la chiesa di San Lorenzo , <<povera e miserabile>>, unica a non aver elemosina tra le chiese che conservano i protettori; ciò per evitare che la campana grande sia schiacciata dalle pietre che cadono dalla torre. La carenza di fondi e di elemosine portò ad un rapido declino la chiesa tanto che il vescovo Cervone il 9 ottobre 1785 dovette trasferire, con solenne general processione, alla chiesa di S. Margherita in L’Aquila le reliquie di Sant’Equizio. Intanto gli abitanti di Pizzoli nella valle amiternina sgombrate le macerie cominciarono una lenta e costosa ricostruzione degli edifici.
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L’architettura: le chiese di Pizzoli Galleria Fotografica
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Economia e artigianato
Pizzoli per la sua posizione è particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico, sono percorribili numerosi itinerari montani riguardanti il suo territorio.
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Il territorio montano di Pizzoli
Ad ovest della Valle del Pago, si estende il largo crinale di mònde màrine, culminante con un altopiano (1491 m) che incombe sugli abitati di Pizzoli e Barete. Il vecchio sentiero che saliva questo monte partiva da Villa Re, uno dei rioni di Pizzoli, rimontando il ripido colle - ora rimboschito con pini - di castégliu vécchju. Il nome del costone (castello vecchio) indica che in passato doveva sorgere qui una rocca di epoca altomedievale, che costituiva l’incastellamento delle ville sparse di Pizzoli. Infatti, sulla cima di detto colle (1105 m) si trovano dei ruderi. Il monte Marine è raggiungibile anche dal sentiero CAI N° 22 che parte dall’ abitato di Vallicella (825 m) oltre il quale diventa mulattiera e porta ad un pianoro a m 850. Attraversandolo in direzione N tenendosi prima vicino al fiume di sabbia che scende dal F.sso dell’ìndice poi, spostandosi a destra si entra nel Fosso, superare due briglie e seguendo una marcata traccia si supera un boschetto e si arriva ad un panoramico terrazzino (970 m). Qui si prende il marcato sentiero che in lievissima salita porta ad un tornante (1138 m), sostenuto da un muro a secco, della mulattiera proveniente dalla cava di sabbia delle Case Mazza. Da questo tornante in poi si segue tale mulattiera fino alla testata del F.sso del’ìndice dove c’è un abbeveratoio semidiruto (1324 m). Attraversata la strada sovrastante, si risale il prato che si ha di fronte fino a trovare un sentiero che costeggia in direzione SW una valletta che porta ad un primo pianoro con alcuni pini. Qui si percorre la lunga valle che si estende sotto le pendici sudorientali di Colle Recchiuti fin quasi alla fine (1350 m). Si entra così in un ultimo grande pianoro, anche questo con qualche rado giovane pino. Attraversandolo si giunge ad un ampio e ondulato altipiano di M. Marine, se ne raggiunge il punto più elevato (1460 m) che consente di osservare un vasto panorama. Oltre alla suggestiva visione della rocciosa e affilata crestina che incombe su Barete e sui pittoreschi valloni del Buco e di S. Stefano, alle cui pendici si estende Pizzoli, il panorama è interessante soprattutto verso SW dove lo sguardo spazia sulla Valle dell’Aterno e sui paesi del Contado Amiternino.
La mulattiera di Peschiciarello va a toccare prima la sorgente dei puzzìgli (1320 m) e poi, quasi ai confini con Barete, quella delle fondanèlle (1375 m). Entrambe sono correttamente riportate sulle carte ufficiali, la prima chiamata i Pozzilli , la seconda le Fontanelle. Fra le due fonti, dal lato nord della mulattiera, si estendono i coltivi della sèrra. Proseguendo oltre le casette, lungo la carrareccia, si perviene nella parte coltivata dell’altopiano di Recchiuti, detta lo piàno egliu mónde, ovvero ‘il piano del monte’, con una locuzione molto diffusa ad indicare un contesto di coltivi situati in ‘montagna’, a monte del paese. A ovest, a sinistra della strada, i coltivi sono delimitati dai due dossi di còlle murìsci (1336 m), sulla cui sommità è la casétta e màrzu, e di còlle mariàccia (1322 m). A destra della strada si hanno invece le pendici della montagna della Faeta. Si passa dapprima sotto il Colle degli Strascini poi, dopo le casette, si lambisce la foce della vàlle sandostéfano, il cui nome richiama Santo Stefano venerato a Pizzoli. Dopo è la volta del Colle Marchintoni e, al di là di un breve fosso, chiamato V. Marchintoni sulle carte IGM, c'è lo stretto crinale del còlle ella nùce. Ancora oltre, si susseguono tre stretti crinali. Il primo è il còlle salère, dove vi sono delle salere ovvero dei lastroni di pietra sui quali si depositava il sale per le capre e le pecore. Il secondo crinale è chiamato, come la sua cima più in alto, còlle pìcculu, mentre il terzo è detto còlle egliu cérru, dal fitonimo cerro che può anche presupporre un bosco che non esiste più, tagliato per far posto al pascolo. Su quest’ultimo, transita il confine comunale con Barete. Il territorio montano di Marruci
Di
interesse escursionistico è il rifugio "Antonella Panepucci Alessandrini", a
confine col tenimento di Chiarino. Il rifugio fu montato dall’ INSUD che
aveva intenzione negli anni 74-75 di realizzare nel gruppo S.
Franco-Ienca-Valle del Chiarino, un colossale insediamento turistico che
doveva costare 20
Dal Valico delle Capannelle alla montagna della Serra
La cresta occidentale della montagna è percorsa dal sentiero CAI n° 12, con partenza dalla statale n° 80 nei pressi del km 26 (Ponte della Lama), in località detta cróce abbìu, cioè “croce ad Vium”, con riferimento al diruto castello di Vio, che si trovava poco a nord, e che concorse alla costruzione della città dell'Aquila, facendo poi perdere le sue tracce. Dal Ponte della Lama si segue una strada bianca e successivamente una pista che sale a tornanti, si percorre la lunga cresta e si giunge alla cima di M. San Franco. Una panoramica escursione, si ha seguendo la provinciale del Vasto, che si imbocca dalla statale n° 80 non lontano dalla centrale elettrica. In meno di 1 km, lungo la provinciale, si perviene alla chiesetta di San Vincenzo (1455 m).
Dopo aver superato il Colle della Befania, la strada carrozzabile attraversa il vallone detto ju pìru, o fùssu egliu pìru, da un grosso albero di peroche si trova all'imbocco a valle. Guadato il vallone del Pero, si lascia sulla sinistra, poco a valle, la Sorg.te Acqua Fredda (1260 m), che in realtà si trova al di fuori dei confini comunali. Attraversata un’altra grande radura, con bella vista sulla rocciosa Costa di San Franco, si sale a svolte nella faggeta e, risalita una valletta erbosa, si incontra sulla sinistra il Rif. Antonella Panepucci Alessandrini (1700m). Da qui si può raggiungere la boscosa Valle dell’inferno e la prativa Valle del Paradiso. Attraversata la Valle del Paradiso dopo una breve impennata si raggiunge l’ampio Passo del Belvedere (1789 m) e successivamente la Piana dei Cavallari per proseguire sulla cresta rocciosa di Rotigliano. Seguendo il crinale, si giunge ad una sella e, dopo un ultimo tratto ripido, sulla cima di Monte San Franco (2132 m). Monte San Franco: Montagna incantata (Annoio Federici)
La montagna di San Franco é stata, per secoli, muta testimone di una vita contadina rude, forte, instancabile. Sembrano passati cento anni da quando sono state abbandonate le terre e le coltivazioni in altura, da quando "gli ultimi" se ne sono andati in silenzio: ed invece sono solo passati alcuni decenni. Generazioni di uomini e donne forti erano riuscite a costruire dal nulla e con la forza delle sole mani rifugi,casette,edicole sacre per ripararsi ed ingraziarsi le benevolenze dei Santi Vincenzo, Cristoforo, Franco e della Madonna della Zecca. Basta salire in altura e camminare, camminare e guardare quel che é rimasto di capolavori architettonici destinati, loro malgrado, a scomparire. Sembrerà strano, ma non lo é, mettere al primo posto le "macere", mucchi o montagnole di sassi tolti per rendere coltivabili piccoli o piccolissimi appezzamenti di terra: una fatica immane, un lavoro certosino e paziente per “raccapezzare” sassi di tutte le misure, farne dei muretti perimetrali a secco, oppure degli enormi mucchi che, visti dall'alto del monte, specialmente lungo il Piano di Rotigliano, appaiono simili ad una superficie lunare. E che dire poi delle “casette”: ognuna conosciuta per il soprannome del proprietario. C’è la casetta “de fà le chiai", la casetta "de ciccandonu", la casetta "de bardiccu", particolarmente accattivante per la presenza di enormi piante di ciliegio. E poi decine di casette di cui sono rimaste semplicemente le fondamenta, che la natura sovrana sta pian piano ricoprendo e portando definitivamente nell'oblio. La casetta "e cchiappa", ormai diruta, é ancora lì a testimoniare la permanenza in essa dell'ultima famiglia patriarcale che ha coltivato fino a pochi decenni fa una parte del territorio, tirando su tra fatiche e rinunce, orzo, patate, lenticchie, foraggio, cicerchie, farro: per procurarsi l'acqua dovevano scendere ad una sorgente distante decine di minuti, in basso,e risalire con i recipienti appesi al bastone:una fatica immane per la sopravvivenza alimentare. In questi ultimi anni, la Montagna di San Franco è diventata, meta sempre di più, di numerosi escursionisti, anche grazie alla presenza del rifugio “Antcnella Panepucci Alessandrini“, che si trova sul versante nord ad un'altezza di 1420 m. e che ospita durante tutto l'anno gli appassionati della montagna. Una montagna ricca di acque sorgive e freschissime, che sgorgano in entrambi i versanti, come la sorgente di Pratonisco, di Faschiano, di Spugna, dell’Acqua Fredda, di Piedimonte, tutte sorgenti , queste, che permettono l'allevamento in altura durante la stagione primaverile ed estiva, dei numerosi capi di bestiame (ovini,cavalli,bovini), anche grazie alla presenta di erbaggi freschi e profumati. Ai primi tepori primaverili le pendici della montagna offrono fioriture variopinte che ristorano la vista di chi la percorre: dal giallo al rosso fucsia, dal viola al rosso canarino, dal verde cupo al rosso scuro un arcobaleno di colori che solo una montagna ancora integra può offrire! Le edicole erette in onore dei Santi ornano le pendici basse del Monte: si incontra per prima quella di San Vincenzo, che mani devote sono riuscite a portare al vecchio splendore. Poi c'è' San Cristoforo eretta sasso contrastando sasso, con una magnifica volta a botte che sta ormai scomparendo, come ormai scomparsa la bellissima immagine in pietra che ne ornava la nicchietta esterna. C'é infine la chiesetta di San Franco eretta nei pressi della sorgente miracolosa che si dice guarisca dai mali più vari chi vi si immerga, è talmente buona da bere che un tempo si partivano a piedi dai luoghi più lontani per farne incetta a dorso di mulo. Il rispetto e la venerazione popolare portava frotte di persone ad assistere alla messa annuale che si celebrava in località Madonna Della Zecca, sita ai margini del bosco, per invocare la protezione sui raccolti e sugli allevamenti delle greggi. Un tempo file interminabili di asini, carretti, uomini, salivano dai paesi di Arischia e di Pizzoli alle prime luci dell'alba, per fare in tempo a riscendere con ciò che le terre alte producevano. Durante la stagione calda si pernottava nelle casette, a fianco delle bestie o sui soppalchi eretti per il tepore della notte. Il silenzio regna oggi sovrano, vola ancora qualche coppia di rapaci, lepri silenziose e fugaci si celano sotto i cespugli di rosa canina, il lupo é riapparso dopo le decimazioni del passato, qualcuno dice di aver visto l'orso! Ma la montagna di San Franco é sempre lì, a dominare il tempo che vola via, a guardare lontano, verso il mare, verso il lago di Campotosto, verso la catena del Terminillo: dalla vetta si dominano spazi grandi, ti sembra di riconoscere il mondo nelle sue diverse tonalità, ti sembra di vedere, nell'alba aranciata che si alza dal mare, l'origine della vita, e nel tramonto dorato un senso di nostalgici ricordi!
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La ferrovia Galleria fotografica
Pizzoli è una ridente cittadina che con l’amenità dei suoi dintorni, le possibilità escursionistiche, le sue antiche chiese e il suo castello, i suoi prodotti tipici e la sua recettività può considerarsi a ragione un centro turistico di villeggiatura estiva ed invernale.
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Vie di comunicazione nell’epoca romana in Abruzzo
Un’altra strada, si dipartiva da Pitinium, la Via Litina. Essa provenendo da Rieti, attraverso Cotilia ed Antrodoco, avrebbe raggiunto Amiternum. Di li proseguendo a Settentrione in direzione di Pizzoli, Labaretum e Montereale sarebbe giunta sino ad Amatrice per riallacciarsi alla Salaria. La più meridionale delle vie che da Roma si inoltravano nel Sannio era la Via Valeria-Claudia: nel suo primo tratto questo percorso per la verità prendeva il nome di via Tiburtina, collegando in effetti Roma a Tibur. Dopo questa località, la strada, assunto il nome di Valeria, toccava le colonie di Carsioli e Alba Fucens, per terminare nella piccola località marsicana di Marruvium. Negli anni 48/49 d.C. l'imperatore Claudio fece prolungare la Valeria fino a Corfinio e poi, lungo la valle dell'Aternus, fino a Teate Marrucinorum (oggi Chieti) e infine alle foci del fiume, Ostia Aterni, nei pressi dell'attuale Pescara. La nuova strada assunse dunque il nome di via Claudia-Valeria. L’imperatore Claudio, fece anche costruire la Via Claudia Nova, che, raccordandosi a Foruli (Civitatomassa frazione di Scoppito), con il tracciato proveniente da Antrodoco, raggiungeva la via Claudia Valeria nei pressi di Bussi. Nella zona di Amiternum la Claudia Nova attraversava Pitinium (Pettino) e, seguendo l’Aterno, si confondeva con il tratto iniziale del grande tratturo che arrivava al Tavoliere pugliese. La strada raggiungeva Aveia (Fossa), lasciandosi sulla destra Forcona (Civita di Bagno). Da qui iniziava la principale diramazione della Claudia Nova, quella che passando per Frusteniae dietro l’altopiano delle rocche, collegava l’alta valle dell’Aterno con la conca del Fucino. Le grandi vie di comunicazione romane: Salaria, Claudia-Valeria e Claudia Nuova, furono anche i principali assi lungo i quali si propagò il Cristianesimo a partire da Roma. |
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Bibliografia
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