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STORIA

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PIZZOLI     Il Comune di Pizzoli, è situato a nord ovest della città di L’Aquila, nell’alta valle dell’Aterno, dista dal Capoluogo di Regione circa 15 Km ed è a 740 metri sul livello del mare. Fa parte della Comunità Montana “Amiternina” ed il 50 % del suo territorio ricade nel Parco Nazionale “Gran Sasso – Monti della Laga”. La sua popolazione è di circa 4000 unità. La sua estensione territoriale è pari a 56,11 kmq, le strade urbane si estendono per 50 km, le strade extra urbane per 40 km e le strade vicinali per circa 60 km. E' uno dei comuni che continua ad avere un congruo sviluppo edilizio. Confina con i comuni di Barete, Montereale, Capitignano e L'Aquila. Fino agli anni trenta del secolo scorso nel suo territorio era compreso anche il paesino di San Vittorino col teatro. Il paesaggio ha una conformazione prevalentemente montana con monti aspri per lo più composti  da pareti calcare dove alla vegetazione originaria, fatta di querceti e faggeti, si è aggiunta negli anni '40 e '90 vasti rimboscamenti a pino nero. Lungo tutto il territorio vi sono molte zone panoramiche e di grande pregio paesaggistico. Poi  il paesaggio degrada  verso la pianura della conca aquilana (sud-est) e l'alveo del fiume Aterno che da Aringo va verso Popoli. Su questo si costruirono, in passato,  alcuni mulini (tra cui quello ancora funzionante in prossimità di Santa Maria delle Fornaci).

 

LA STORIA

La valle superione dell’Aterno fu sede primitiva dei Sabini e la città più importante fu Amiternum che da modesto villaggio divenne, per la sua posizione, centro amministrativo di una vasta area, comprendente molti altri villaggi, tra i quali gli attuali centri di Scoppito, Pizzoli e Preturo. Nel 293 a.C. Amiternum fu occupata dai Romani e nel 290 a.C., al termine delle guerre sannitiche, l’intera Sabina e la zona cismontana dei Vestini entrarono a far parte dello stato romano. In età Agustea (27 a.C.) Amiternum divenne fiorente municipio, inserito nella IV Regione (Sabina et Samnium) che corrispondeva all’attuale Abruzzo e Molise. Con l’avvento del principato si apri un periodo di prosperità: Amiternum superò i 15.000 abitanti (solo i cittadini liberi, senza tener conto degli schiavi); a questo periodo risalgono gli interventi edilizi più significativi, quali la costruzione del teatro e dell’anfiteatro. Le città della valle dell’Aterno avevano raggiunto una grande ricchezza fondata soprattutto sull’allevamento del bestiame che poteva ricorrere sempre più e con più sicurezza alla pratica della transumanza grazie anche a precise leggi di Roma che legavano l’Abruzzo alle terre pugliesi. Tale vitalità durò fino alle invasioni barbariche che culminarono nel 410 con il sacco di Roma. Dopo la vittoria di Giustiniano (imperatore di Bisanzio) sui Goti, l’Italia passò sotto il dominio dei Bizantini. Nel 554 i territori di Amiternum, Aveia e Forcona furono sottoposti all’autorità civile e militare dell’esarca di Ravenna. Fu un periodo di privazioni e sofferenze per la popolazione amiternina che subiva un esasperato fiscalismo dai funzionari bizantini. Pochi anni dopo, tra il 571 ed il 574, i Longobardi arrivarono in queste terre e saccheggiarono e distrussero i villaggi. Amiternum e Forcona furono compresi nel Ducato di Spoleto, il cui territorio arrivava fino al fiume Pescara. La successiva occupazione carolingia nel 774 confermò la divisione della regione abruzzese: il fiume Pescara segnò il confine tra il regno dei Franchi ed il Ducato di Benevento, separando le montagne abruzzesi dal loro entroterra economico, il tavoliere delle Puglie. In questo periodo di rovina non si hanno notizie relative ad Amiternum  fino ad arrivare agli anni 970-974 quando in queste contrade venne l’imperatore Ottone I accompagnato da Teodorico vescovo di Metez per raccogliere reliquie di santi: ai loro occhi si presentò uno spettacolo di  desolazione e di distruzione dell’antica città. Durante l’occupazione franca lentamente cominciò la ripresa economica, sociale e culturale dell’Abruzzo determinata soprattutto dal sorgere, ai suoi confini occidentali e meridionali, di grandi abbazie benedettine: Farfa, Subiaco, Fossanova, Montecassino. L’espansione benedettina, iniziata nell’ VIII secolo, raggiunse la sua massima diffusione nei secoli XI-XIII, con più di 300 centri cenobitici (abbazie, priorati  e celle dipendenti). Fu proprio l’abbazia di Farfa che intorno alla metà del X secolo cominciò a bonificare i territori amiternini.

 

Nelle memorie di Farfa, si hanno abbondanti ricordi dei beni posseduti dalla Badia nel comitato di Amiterno, questi potrebbero aiutarci a comprendere la topografia del territorio pizzolano. Secondo il Chronicon Farfense (Pag. 372)  verso l‘anno 859 l’abate Perto affitta dei beni al prete Oldeprando: “in territorio Amiterno ubi dicitur campus de Asinino infra ipsam civitatem et ad ponticellum”. Lo stesso abate concesse in territorio Amiterno “ ubi dicitur Marruce duas petias modiorum quorum et aliam petiam m. sex ad dandam in Curte nostra de Lauriano”. Segue poi il computo dei possessi distratti da altri alla Badia nello stesso territorio: “in S. Xisto… In Castello Sassa in Terea… in Marruce…. In Canali… in Ragiolo” (p. 423-428).  Nell’anno 981 l’abate Giovanni comperò: “in territorio Amiterno ad S. Petrum in Corvio… Fines  eorum rivus Derentanus quomodo pergit in Villa de Ragiolo et via de Ompligiano et Collis de Baliano et Monumenta de Clesurolo et monte super Marruce.. (pag. 483). Questi fanno intendere che anticamente il territorio di Pizzoli erà diviso in due dipartimenti, Ragiolo (Rajolo) e Marruce (Marruci) come confermato dall’Antinori  nel 1821 quando, descrivendo la terra di Pizzoli, cita: questa terra è distribuita in due grandi dipartimenti, uno detto Rajolo l’altro detto Marruci. Alla fine del IX secolo, i Saraceni, con le loro violente incursioni, distrussero monasteri e villaggi e completarono la desolazione delle nostre terre. Quest’esperienza portò gli abitanti della valle e dei borghi sparsi per la campagna a difendersi, rifugiandosi in luoghi elevati e fortificati, i castelli. I Normanni nel 1130 riunirono i possedimenti continentali e la neo occupata Sicilia sotto lo scettro di Ruggero II che fu incoronato re di Sicilia e di Puglia, dando origine ad un regno feudale che assumerà in seguito la denominazione di Regno di Napoli. Dal 1140 al 1143 Anfuso, figlio di Ruggero II, completò la conquista dell’Abruzzo appenninico, che fu annesso al regno di Sicilia.  Difficile stabilire l’ampiezza e l’importanza che poté avere Pizzoli nel contesto amiternino, sta di fatto che in epoca normanna fu incastellato. Nel 1185 Castrum Piczolum (Pizzoli) insieme a Pescorocchiano, Castiglione di Tornimparte, Amiterno, Vigliano, Rocca di Corno e Sassa è feudo di Gentilis Vitulus. Con la ricompattazione delle terre amiternine gli altopiani abruzzesi furono riuniti al Tavoliere delle Puglie e riprese l’economia e la transumanza verso il sud e verso l’agro romano. E’ del 1172 l’assise di Guglielmo II che regola la transumanza. Nasce in questo contesto l’idea di una grande città.

 

La nuova città: L’Aquila

La fondazione della città di L’Aquila fu programmata dall'imperatore Federico II di Svevia intorno al 1245, ma certamente il maggiore impulso costruttivo si ebbe sotto il regno di Corrado IV che nel 1253, un anno prima della sua morte, la realizzò quasi completamente. Gli esecutori del programma federiciano furono gli abitanti dei castelli della conca aquilana, 99 secondo la tradizione, che vollero confederarsi in un unico grande centro. La città ebbe un’organizzazione autonoma, con un podestà ed un consiglio, ed assunse una tale importanza politico-militare che il pontefice Alessandro IV, nel 1257 trasferì l'antica sede vescovile da Forcona all'Aquila, edificando la chiesa dei S.S. Massimo e Giorgio (futura cattedrale). Pizzoli concorse cospicuamente alla fondazione della città dell’Aquila, stabilendo locale nel quarto di San Pietro (Arischia, Barete, Cagnano, Cansatessa, Cascina, Zona Colle Pretara, Collebrincioni, Coppito, Forcella, Pettino, Pile, Pizzoli, Preturo, Pozza, Santanza, Santa Barbara, S. Marco, S. Vittorino). Aprì propria porta, nella zona nord occidentale della città e costruì un’ampia chiesa ora scomparsa con il titolo di San Lorenzo, naturalmente con il medesimo titolo di quella che sorgeva nella villa di Marruci e che era di rilevante prestigio perché custodiva il corpo di Sant’ Equizio le cui spoglie nel 1461 furono trasferite nella chiesa di San Lorenzo in L’Aquila. Gli abitanti di Pizzoli, ricostruirono dentro la città, la loro comunità e divennero cittadini aquilani, senza rinunciare alla cittadinanza del villaggio d’origine. Pertanto la comunità dentro la città e i castelli fuori costituirono una realtà sola ed il nome Aquila indicava la città e tutto il territorio. Fino al 1280, Carlo d’Angiò cercò di mantenere un certo equilibrio tra il vecchio sistema feudale e la nuova città. La crescita del contado di Pizzoli sia intus che extra si può desumere dal Catastum confectum tempore Regis Ladislar  dove si legge: Pizzolum habet focus 177 e paga 750 grana e mezza. E’ il castrum più grande del quartiere. Basterà pensare che San Vittorino ha 65 fuochi, Coppito 65, Forcella 24, Porcinari 27, Chiarino 17.  Questa esplosione economica dovette scaturire dal fatto che il Castrum Pizzoli sviluppò l’attività dell’allevamento e della transumanza. Anche ecclesialmente Pizzoli rivendicò una sua autonomia. A distanza di due anni dalla fondazione dell’Aquila, ovvero nel 1256, vi fu la traslazione della diocesi di Forcona all’Aquila e con l’occasione si riaggregarono alla diocesi aquilana le chiese dell’ex diocesi amiternina  unite da almeno tre secoli alla diocesi di Rieti. Le richieste dei prelati amiternini  sono elencate in un capitolato che si chiude con un elenco di giurisdizioni relative alle due chiese: San Vittorino e S. Pietro di Coppito. In questo capitolato si ribadisce che San Vittorino ha diritti episcopali sui castelli: S. Vittorino, Porcinari, Rocca delle Vene, Chiarino e Pizzoli. Orbene Pizzoli si ribella subito, non vuole sottostare alla giurisdizione subepiscopale di S. Vittorino. Vengono a collidere la chiesa di S. Vittorino e le sottoposte di Pizzoli. Per dirimere la vertenza è inviato da papa Alessandro IV, Gentile Proposto di Santa Maria di Forfora. Si addiverrà a regolare convenzione e Pizzoli avrà diritto di nominare un priore che soprintenda ai propri chierici. Circa nel 1293 gli Aquilani capeggiati da personaggi leggendari come Rambotto e Niccolò dell’isola,  iniziarono una lotta ai feudatari con la distruzione delle loro rocche. Venuta meno ogni alternativa alla città, gli abitanti dei castelli di Pizzoli, Coppito, Barete, San Vittorino e Cagnano  si inurbarono e iniziò per loro una vita cittadina. Molti castelli invece rimasero completamente autonomi, come Barile, Ocre, Fontecchio, Fossa, Monticchio ed i castelli dell’Altopianoo delle Rocche.   I Pizzolani forti della loro economia ripresero con fervore la vita nella città svolgendovi attività cospicua, tanto che essi saranno presenti in tutte le cariche più importanti nel comune. E ci piace ricordare per incidens che nella più antica verbalizzazione di un’elezione di Consules artis argenti pro sex mensibus  rimontante al giugno del 1476 vediamo eletto un Rentius Antonelli de Piczulo.

 

La dominazione Spagnola   Galleria fotografica

Nell’infeudamento dei castelli del 1529 quando arrivò all’Aquila Filiberto d’Orange, generale di Carlo V e viceré di Napoli, i castelli furono ceduti, a pagamento, prima ad ufficiali spagnoli, poi a mercanti  aquilani trasformatisi in baroni e a grandi famiglie romane. Pizzoli fu assegnato in feudo allo spagnolo Capitan Francisco Aldonas dal quale passò, nel 1537, a  Giovanni de Felici che lo cedette, nel 1539, al marchese Pietro Gonzales de Mendoza. Dopo ulteriori passaggi fu annesso ai domini feudali di Ferdinando De Torres alla cui famiglia apparteneva il cardinale Cosimo de Torres che, nel 1622, fece costruire dall’architetto Pietro Larbitro l’imponente ed elegante castello che domina l’abitato di Pizzoli. In un atto notarile del 1662 questo comune estinse un debito di mille e cento ducati contratto con Eminentissimo e Reverendissimo Signor cardinale Cosimo De Torres assegnandosi alcune giurisdizioni. Al tempo di Carlo V fu questa terra numerata per quattrocentocinquanta fuochi e nel 1595 per quattrocento quarantuno, nella nuova situazione del Regno di Napoli nel 1648 per cinquecento trentanove e nel 1802 per tremila anime. Nel 1564 questo comune e quello di Arischia fanno elezione di periti per determinare i confini dei loro rispettivi tenimenti. I confini di questo comune con quello di Barete sono descritti in un documento stipulato nell’anno 1580.

 

Il terremoto del 1703

Una spaventosa carestia vi fu nel 1561 e due volte la peste, nel 1526 e nel 1656; il 2 febbraio del 1703  un tremendo terremoto colpì questa terra con la perdita di molte persone e centinaia di feriti come può leggersi nella relazione stampata e fatta dal magistrato aquilano al Vice Re di Napoli D. Giovanni Manuel Fernandez.

Dopo il terremoto del 1703 la collegiata di San Lorenzo in L’Aquila risulta essere in gran parte distrutta tanto che  vi è la pretesa dell’arciprete di San Biagio di trasportare nella propria chiesa le reliquie di Sant’Equizio << perché verrebbe quasi a depopularsi quella contrada dove al presente si trova>>. Anche se la chiesa di San Lorenzo di Pizzoli in L’Aquila ha subito notevoli danni, in essa si continua  a celebrare, perché, venendo meno questa funzione, potrebbe svilupparsi una speculazione sul territorio. Il 24 novembre 1709 fu respinta definitivamente la proposta dell’arciprete di S. Biagio per le reliquie di Sant’Equizio, argomentando di farle rimanere nel quarto di San Pietro, anche per evitare che la chiesa vada incontro a  diroccamento. Questo giudizio provoca un sussulto di patriottismo municipale nel locale di Pizzoli, tanto che venne  risistemata la cappella ove erà deposto sant’Equizio e che non manca se non sistemare l’antiporta e mettere a posto le campane. Tutta la città è in ricostruzione e i finanziamenti si susseguono per ricostruire i monumenti più importanti, una prima elemosina di 20 ducati, venne deliberata  il 6 maggio 1714 per la chiesa di San Lorenzo , <<povera e miserabile>>, unica a non aver elemosina tra le chiese che conservano i protettori; ciò per evitare che la campana grande sia schiacciata dalle pietre che cadono dalla torre. La carenza di fondi e di elemosine portò ad un rapido declino la chiesa tanto che il vescovo Cervone il 9 ottobre 1785 dovette trasferire, con solenne general processione, alla chiesa di S. Margherita in L’Aquila le reliquie di Sant’Equizio. Intanto gli abitanti di Pizzoli nella valle amiternina sgombrate le macerie cominciarono una lenta e costosa ricostruzione degli edifici.

 

L’architettura: le chiese di Pizzoli       Galleria Fotografica

Anche se l’architettura urbana di Pizzoli ha subito notevoli modificazioni nel corso dei secoli, rimangono ancora particolari architettonici quattro cinquecenteschi inseriti nelle nuove costruzioni. Attualmente il  centro è caratterizzato da un’edilizia minuta in cui emergono grossi complessi sei-settecenteschi: palazzo Mascetti, palazzo Cappelli-Zecca, il vecchio palazzo del municipio e villa Giorgi di fine ottocento con “parterres” uno dei rari esempi in Abruzzo. La presenza di giardini e ville nel centro urbano è un fenomeno che continua nelle nuove realizzazioni. Testimonianze di ricostruzione e modifiche settecentesche le ritroviamo in particolare nella chiesa della Madonna del Carmine, già S. Pietro, situata in villa San Pietro che fu rimpicciolita alle condizioni attuali ma di cui è leggibile l’antica ampiezza. Si ha notizia di una chiesa dedicata a S. Pietro già nel 1297 in occasione di un contratto dove  si numeravano i chierici delle chiese di Pizzoli. All’estremità superiore del paese sorge la chiesa di Santo Stefano a monte la cui struttura risale al XIII secolo, situata in un luogo strategico e molto panoramico, è prospiciente al castello Dragonetti – De Torres. La chiesa presenta facciata quadrangolare tutta in pietra calcarea squadrata, con portale cinquecentesco archivoltato e sullo stesso asse una finestra circolare. Di estrema originalità risulta il tozzo campanile agganciato sul lato sinistro della facciata, a destra invece si nota l’ex convento. L’interno della chiesa di forma rettangolare, a navata unica, è di notevole ampiezza, con copertura a capriata e terminante con un piccolo catino absidale. Lavori di restauro hanno riportato alla luce l’antico aspetto ed hanno reso visibili brani consistenti di affreschi databili fra il XV ed il XVII secolo. Della fase barocca rimane il retroaltare ligneo sul quale èra collocata un opera composta di sei parti raffigurante le fasi del martirio di Santo Stefano. Accanto alla chiesa sorge il castello Dragonetti – De Torres nel luogo detto la “Castillina”, questo toponomio segnala l’antica esistenza di un recinto fortificato con torre pentagonale di epoca normanna, usato per il ricovero delle greggi e come rifugio per la popolazione in caso di pericolo. Nel seicento la torre fu inglobata nel palazzo castello De Torres, creando così un interessante rapporto visivo con la chiesa. L’imponente costruzione a pianta quadrata e con torri angolari fino agli 40 era perfettamente arredata, negli anni 50 divenne clinica per le malattie polmonari anche perché  situato tra pini secolari. Negli anni 90 ha cambiato proprietario ed è stato sottoposto a restauro. Poco al di sopra delle due costruzioni si nota una piccola chiesa a pianta ottagonale che forma un singolare binomio con l’altra cinquecentesca, sempre a pianta ottagonale, situata nella parte bassa del paese e dedicata all’Immacolata detta volgarmente la “madonnella”. In contrada Villa Re c’è la chiesa di San Matteo risalente al XV secolo, interessanti gli affreschi dell’abside  quattrocento-cinquecenteschi di buona fattura.  A Marruci di Pizzoli interessante dal punto di vista storico ed artistico è la chiesa dedicata a San Lorenzo Martire  che attualmente si trova all’interno del paese. Rappresenta una testimonianza storica per il legame con il cernobiarca Sant’Equizio e per la struttura architettonica composta di chiesa, campanile ed edificio annesso. La parte risalente alla fondazione è oggi identificabile con la cripta di sepoltura del santo collocata all’interno dell’attuale chiesa, che è ad unica navata con tetto a capriata a vista. La parte presbiterale, piuttosto ampia, lascia ipotizzare in passato l’esistenza di un coro. Dagli ultimi restauri sono stati messi in luce sulle pareti resti di affreschi di epoche diverse tra il XII ed il XVI secolo, fra questi di notevole interesse un calvario di Perrozzo da Teramo situato nella sala “equiziana” che doveva essere adibita a sala capitolare e refettorio. Questa si trova all’interno dell’edificio collegata alla chiesa e probabilmente era l’originario monastero maschile fondato dal santo. La torre campanaria ospita nelle mura frammenti romani probabilmente provenienti da Amiternum. La facciata della chiesa presenta un portale di  stile settecentesco coperto da timpano semicircolare e due finestre rettangolari; sul lato destro è presente un secondo ingresso con portale abbellito da elementi scultorei lapidei cinquecenteschi. Nella parte alta di Marruci in località Vallicella si trova un piccolo edificio risalente al XIII secolo costituito da un’unica  aula riccamente abbellita da pitture in cui è possibile vedere un brano di affresco cinquecentesco di scuola abruzzese popolare. La chiesetta situata ai piedi della montagna è dedicata a Sant’ Antonio Abate, segna l’inizio del tratturo che portava da Marruci al passo delle Capannelle, da qui passavano i contadini ed i pastori transumanti che si recavano verso le terre montane. La chiesa è testimonianza della vocazione agro-pastorale della popolazione pizzolana e tutt’oggi sopravvive la festa di Sant’Antonio caratterizzata dalla benedizione degli animali e dall’asta per la vendita degli zampetti. A valle del tratturo troviamo la piccola chiesa recentemente restaurata di San Silvestro nascosta nel nucleo abitativo di Vallicella. Nella frazione di Santa Maria l’omonima chiesa intitolata a Santa Maria ad Tritticum, chiesa gentilizia che deve il suo nome al luogo dove fu costruita, l’aia dove si batteva il grano (tritticum). A Cavallari, piccolo borgo del comune di Pizzoli, dove sembra che il tempo si sia fermato, sorge la piccola chiesa di stile romanico abruzzese dedicata ai santi Proto e Giacinto, risalente al XIII secolo, la facciata in pietra è animata da un rosone posto al disopra di un motivo semicircolare che sovrasta il portone. L’interno ad un’unica navata conserva tracce di affreschi di una qualche suggestione.

 

Economia e artigianato

Fino ad una trentina di anni fa, le fonti di reddito della popolazione erano legate alla pastorizia, alle attività agricole, all’artigianato del legno ed al settore edile, tanto che gran parte della Roma moderna è stata edificata dai costruttori di Pizzoli. In epoca più recente il quadro economico  ha subito cambiamenti: la popolazione è dedita soprattutto al terziario e al commercio. Solo poche famiglie continuano ad essere custodi delle tradizioni legate alla pastorizia.  E’ prodotto ancora, secondo l’antica usanza il rinomato pecorino di Pizzoli utilizzando il latte ovino proveniente dai pascoli di alta montagna della zona. Nella lavorazione tradizionale il latte crudo è filtrato con un panno di fibra naturale e messo a scaldare sul caldaio di rame stagnato, a fuoco diretto, finché raggiunge la temperatura di circa 37-40 °C. A questa temperatura si aggiunge il caglio naturale che è generalmente estratto dall’interno dello stomaco degli agnelli nutriti esclusivamente a  latte, essiccato e poi disciolto in acqua nella proporzione necessaria. Trascorsi 15-30 minuti dall’aggiunta del caglio si procede alla rottura della cagliata che è poi prelevata e messa negli stampi o cerchi di legno (formatura) per conferire al formaggio il suo caratteristico aspetto. Le forme sono lisciate a mano esercitando una certa pressione che permette la fuoriuscita del siero,  in seguito si ricoprono di sale. Dopo 2-4 giorni le forme si lavano e si dispongono su tavole di legno in locali freschi dove avviene la stagionatura  (60 giorni – un anno). Durante questo periodo il formaggio è periodicamente girato e oleato.

Visitando il paese si ritrova traccia delle antiche falegnamerie in alcuni laboratori di artigiani che intagliano e scolpiscono il legno e nell’attività di restauro sia di manufatti lignei che di opere d’arte in genere. Anche la lavorazione del ferro e della pietra trova in alcuni artigiani appassionati testimoni di antichi mestieri. Presente nella pratica familiare è anche la lavorazione dell’uncinetto e del tombolo che ripetendo gli antichi gesti dell’intrecciare i fuselli testimoniano il ricordo del lavoro paziente delle donne di un tempo.

Pizzoli per la sua posizione è particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico, sono percorribili numerosi itinerari montani riguardanti il suo territorio.

 

IL TERRITORIO

Il comune di Pizzoli ricade nel Parco Nazionale “Gran Sasso – Monti della Laga”. Il Parco, istituito nel 1991, si estende per 148.935 ettari sul territorio di 44 comuni divisi tra le province di L'Aquila, Teramo, Pescara, Ascoli Piceno e Rieti. Al suo interno ricadono completamente le catene montuose del Gran Sasso e dei Monti della Laga. La struttura principale e’ costituita da una lunga dorsale che si estende dal Passo delle Capannelle al Vado del Sole, con due catene parallele sulle quali si trovano le vette principali.  La catena piu’ alta segue la linea della costa adriatica fino al valico di Forca di Penne. Comprende le vette del Corno Grande (2912 m), del monte Prena (2561 m), Camicia (2570 m) dove si trova la risorgenza più elevata dell'Appennino, la Fonte Grotta, con interessanti concrezioni nelle piccole pozze d'acqua limpida e gelida, Pizzo Intermesoli (2646 m) e il Corno Piccolo (2655 m). L'altra catena, spostata ad Occidente, e’ costituita dai monti S. Franco (2132 m), Portella (2388 m), Scindarella (2233 m) e Bolza (1904 m). Dopo il ghiacciaio del Calderone le due dorsali si allontanano e danno spazio all'altopiano carsico di Campo Imperatore.

Il territorio montano di Pizzoli

Ad est della catena del Gran Sasso, si estende il massiccio di Aielli, piuttosto modesto per elevazione e grandezza, il quale pur dipendendo ortograficamente dalla catena principale, può a ben ragione essere considerato un sottogruppo dotato di autonomia. Si tratta di una serie di rilievi che si innalzano fra la valle del fiume Aterno, a sud, e la valle di Faschiano, sua tributaria, percorsa dal torrente Mozzano, a nord. Il settore di competenza di Pizzoli del massiccio di Aielli va dal valico delle Capannelle alla Croce d’Aielli, a parte un breve tratto appartenente al comune di Barete. Dal valico, il crinale si alza con la cima della sèrra (1523), il colle degli strascìni (1505), il colle marchindòni (1483), il còlle pìccolo (1513), il còlle ella màcchia (1526), il più alto della catena, ed il còlle rànne (1531), quest’ultimo di Barete. Oltre l’importante fòrca càrrara (1385), che agevola la comunicazione fra Pizzoli e la valle di Faschiano, la montagna si alza ancora con la cima delle tre tùrri (1493). Questo tratto della catena spartiacque è delimitato a sud dalle regioni di Recchiuti e di Aielli, formanti un vasto altopiano coltivato, dal quale ha origine la vàlle egliu pàgu. Compreso fra la vàlle egliu pàgu e la màlle òneca di Barete è l’imponente mole di mònde màrine (1465m), la montagna che domina l’abitato di Pizzoli,  culminante con un piccolo altipiano contiguo alla piana di Recchiuti.

Il Monte Marine

Ad ovest della Valle del Pago, si estende il largo crinale di mònde màrine, culminante con un altopiano (1491 m) che incombe sugli abitati di Pizzoli e Barete. Il vecchio sentiero che saliva questo monte partiva da Villa Re, uno dei rioni di Pizzoli, rimontando il ripido colle - ora rimboschito con pini - di castégliu vécchju. Il nome del costone (castello vecchio) indica che in passato doveva sorgere qui una rocca di epoca altomedievale, che costituiva l’incastellamento delle ville sparse di Pizzoli. Infatti, sulla cima di detto colle (1105 m) si trovano dei ruderi.

Il monte Marine è raggiungibile anche dal sentiero CAI N° 22 che parte dall’ abitato di Vallicella (825 m) oltre il quale diventa mulattiera e porta ad un pianoro a m 850. Attraversandolo in direzione N tenendosi prima vicino al fiume di sabbia che scende dal F.sso dell’ìndice poi, spostandosi a destra si entra nel Fosso, superare due briglie e seguendo una marcata traccia si supera un boschetto e si arriva ad un panoramico terrazzino (970 m). Qui si prende il marcato sentiero che in lievissima salita porta ad un tornante (1138 m), sostenuto da un muro a secco, della mulattiera proveniente dalla cava di sabbia delle Case Mazza. Da questo tornante in poi si segue tale mulattiera fino alla testata del F.sso del’ìndice dove c’è un abbeveratoio semidiruto (1324 m). Attraversata la strada sovrastante, si risale il prato che si ha di fronte fino a trovare un sentiero che costeggia in direzione SW una valletta che porta ad un primo pianoro con alcuni pini. Qui si percorre la lunga valle che si estende sotto le pendici sudorientali di Colle Recchiuti fin quasi alla fine (1350 m).  Si entra così in un ultimo grande pianoro, anche questo con qualche rado giovane pino. Attraversandolo si giunge  ad un ampio e ondulato altipiano di M. Marine, se ne raggiunge il punto più elevato (1460 m) che consente di osservare un vasto panorama. Oltre alla suggestiva visione della rocciosa e affilata crestina che incombe su Barete e sui pittoreschi valloni del Buco e di S. Stefano, alle cui pendici si estende Pizzoli, il panorama è interessante soprattutto verso SW dove lo sguardo spazia sulla Valle dell’Aterno e sui paesi del Contado Amiternino.

La regione di Recchiuti


Il villaggio pastorale di Recchiuti, posto in una conca fra l'altopiano di Monte Marine ed il crinale della Faeta, è oggi raggiunto da una carrereccia che parte dall'abitato di Villa Mazza, poco a monte (827 m) del nucleo urbano di Pizzoli. La carrareccia, dopo numerosi tornanti in località la jùta, passa sotto la cimata di Monte Marine in località le cèse. Dopo lungo ed accidentato percorso, la strada carrozzabile entra nell’altopiano ricevendo il solco di una vecchia mulattiera - che correva lungo la Valle del Pago - nei pressi di un abbeveratoio a quota 1324 m. Non lontano sono le casette di recchjùti, circondate da altri casali. Da qui si stacca la mulattiera di peschiciarégliu, che aggira da nord le creste sommitali di Monte Marine caratterizzate da numerose cimette, da cui appunto la designazione toponimica.

La mulattiera di Peschiciarello va a toccare prima la sorgente dei puzzìgli (1320 m) e poi, quasi ai confini con Barete, quella delle fondanèlle (1375 m). Entrambe sono correttamente riportate sulle carte ufficiali, la prima chiamata i Pozzilli , la seconda le Fontanelle. Fra le due fonti, dal lato nord della mulattiera, si estendono i coltivi della sèrra. Proseguendo oltre le casette, lungo la carrareccia, si perviene nella parte coltivata dell’altopiano di Recchiuti, detta lo piàno egliu mónde, ovvero ‘il piano del monte’, con una locuzione molto diffusa ad indicare un contesto di coltivi situati in ‘montagna’, a monte del paese. A ovest, a sinistra della strada, i coltivi sono delimitati dai due dossi di còlle murìsci (1336 m), sulla cui sommità è la casétta e màrzu, e di còlle mariàccia (1322 m). A destra della strada si hanno invece le pendici della montagna della Faeta. Si passa dapprima sotto il Colle degli Strascini poi, dopo le casette, si lambisce la foce della vàlle sandostéfano, il cui nome richiama Santo Stefano venerato a Pizzoli. Dopo è la volta del Colle Marchintoni e, al di là di un breve fosso, chiamato V. Marchintoni sulle carte IGM, c'è lo stretto crinale del còlle ella nùce.

Ancora oltre, si susseguono tre stretti crinali. Il primo è il còlle salère, dove vi sono delle salere ovvero dei lastroni di pietra sui quali si depositava il sale per le capre e le pecore.  Il secondo crinale è chiamato, come la sua cima più in alto, còlle pìcculu, mentre il terzo è detto còlle egliu cérru, dal fitonimo cerro che può anche presupporre un bosco che non esiste più, tagliato per far posto al pascolo. Su quest’ultimo, transita il confine comunale con Barete.

Il territorio montano di Marruci

Il territorio montano di Marruci è antropizzato, in quanto attraversato dalla statale n° 80, con il suo Valico delle Capannelle (corrispondente alla cróce), nonché dalla provinciale del Vasto, dalla recente carrozzabile di Faschiano, e da una ulteriore strada asfaltata che percorre il versante settentrionale della mondàgna de sanfràngu (montagna di San Franco 2132 m). Anche in passato era notevole la frequentazione di questi luoghi: basti pensare alla presenza del castello di Vio, della chiesetta di San Vincenzo, dell'edicola della Madonna della Zecca, nonché dei numerosissimi casali e casette sparsi lungo le vallate e sui pendii, e delle altrettanto numerose sorgenti.

Di interesse escursionistico è il rifugio "Antonella Panepucci Alessandrini", a confine col tenimento di Chiarino. Il rifugio fu montato dall’ INSUD  che aveva intenzione negli anni 74-75 di realizzare nel gruppo  S. Franco-Ienca-Valle del Chiarino,  un colossale insediamento turistico che doveva costare 20 miliardi ed occupare 875 ettari di suolo e disboscarne 50, prevedeva la meccanizzazione delle valli dell’inferno e del Paradiso con 7 impianti di risalita per sport invernali, la realizzazione di 2500 posti letto in alberghi. Il villaggio doveva essere raggiunto da una strada di accesso attraverso la valle del Chiarino. Poi la INSUD non ritenne più conveniente l’operazione e il progetto si fermò. La sezione del CAI dell’Aquila acquistò il capannone metallico montato per iniziare i lavori e lo trasformò in rifugio nel 1979 dedicandolo alla giovane alpinista aquilana Antonella Panepucci Alessandrini.

Dal Valico delle Capannelle  alla montagna della Serra

La statale n° 80 che sale da Arischia compie una tortuosa traversata del versante meridionale della montagna delle Macchie, superando diversi valloni e costeggiando ampie zone rimboschite a pino. Nei pressi del km 23,400 a quota 1271 (un km prima del Passo delle Capannelle) si imbocca una carrareccia e oltrepassato “l’Acquedotto di Pizzoli”, dopo qualche centinaio di metri il sentiero porta alla Fonte Furapà (1308). Da qui il sentiero inizia a salire fino a quota 1360, si risale un ripido pendio e si giunge alla sommità dove si ammira la sottostante prativa Conca di Valleona. Varcato il Passo del Colle delle Pozze  (1473 m), s’incontra una pista che si segue per un tratto. A quota 1500 si raggiunge la cresta della Serra e percorrendo tutto il pianeggiante semicerchio si raggiunge il monte Pago a metri 1521, da qui si  ammira un ampissimo panorama. Il panorama che si ha durante il percorso e dalla cima è amplissimo, si scorgono M. San Franco e Pizzo Cefalone, il Piano di Aielli, M. Marine e M. San Lorenzo , vediamo il lago di Campotosto, i monti della Laga, il Vettore, i Sibillini, il Terminillo, M. Calvo e tutto il gruppo Velino Sirente.

La Montagna di San Franco

Per i locali di Marruci, la montagna più elevata del loro territorio, che si eleva fino alla quota di 2132 m, a confine con Arischia, è detta la mondàgna de sanfràngu, ovvero la montagna di “San Franco”, poiché sul suo versante sudorientale, in tenimento di Arischia, si trova il noto eremo di San Franco (di Assergi), ricavato in una grotta, assai frequentato. La cima di San franco è uno straordinario balcone sui vicinissimi Monti della Laga e sul lago di Campotosto.

La cresta occidentale della montagna è percorsa dal sentiero CAI n° 12, con partenza dalla statale n° 80 nei pressi del km 26 (Ponte della Lama), in località detta cróce abbìu, cioè “croce ad Vium”, con riferimento al diruto castello di Vio, che si trovava poco a nord, e che concorse alla costruzione della città dell'Aquila, facendo poi perdere le sue tracce.  Dal Ponte della Lama si segue una strada bianca e successivamente una pista che sale a tornanti, si percorre la lunga cresta e si giunge alla cima di M. San Franco. Una panoramica escursione, si ha seguendo la provinciale del Vasto, che si imbocca dalla statale n° 80 non lontano dalla centrale elettrica. In meno di 1 km, lungo la provinciale, si perviene alla chiesetta di San Vincenzo (1455 m).

A nord di tale località dominante, si trovano diverse sorgenti.  Lungo la provinciale del Vasto, procedendo da San Vincenzo in direzione est, si giunge in breve ad un ampio spiazzo, che costituisce l'àra degliu spìnu, ovvero una vera e propria aia, per la trebbiatura dei cereali coltivati in loco. Sopra la strada, si estendono le pendici sud occidentali della Montagna di San Franco, conosciute con la locuzione pì mónde. Il paesaggio riposante fà  spazio ad ampi pascoli che la fioritura primaverile riempie di colori.  Ma la via più naturale e frequentata per percorrere il versante settentrionale della Montagna di San Franco è la strada, dapprima asfaltata, poi sterrata, che va al rifugio CAI "Antonella Panepucci Alessandrini".  Poco oltre la cróce abbìu sulla statale n° 80, occorre imboccare una evidente strada sulla destra, toccando in sequenza i ruderi della casétta de minichìgliu (1298 m), e la non potabile fónde masciócco, anche detta di retroàtu (1300 m). Continuando lungo la carrozzabile, che si fa sempre più dissestata, si passa alla base del còlle remmùnnu, così detto perché sgombro dal bosco fino in alto. Si giunge, sempre seguitando lungo la carrozzabile per il rifugio "Panepucci", alla presa di uno degli acquedotti di Marruci, battezzata ufficialmente F.te Rio del Colle. Quasi ai confini col tenimento di Chiarino, si lasciano sulla destra le dirute casétta de luiggió e capànna de viòla, delle costruzioni rurali e si perviene in prossimità del colle  dove è l'arèlla de sórge, una vera ara, dove si trebbiavano leguminose foraggiere coltivate sul posto.

Dopo aver superato il Colle della Befania, la strada carrozzabile attraversa il vallone detto ju pìru, o fùssu egliu pìru, da un grosso albero di peroche si trova all'imbocco a valle. Guadato il vallone del Pero, si lascia sulla sinistra, poco a valle, la Sorg.te Acqua Fredda  (1260 m), che in realtà si trova al di fuori dei confini comunali.

Attraversata un’altra grande radura, con bella vista sulla rocciosa Costa di San Franco, si sale a svolte nella faggeta e, risalita una valletta erbosa, si incontra sulla sinistra il Rif. Antonella Panepucci Alessandrini (1700m). Da qui si può raggiungere la boscosa Valle dell’inferno e la prativa Valle del Paradiso. Attraversata la Valle del Paradiso dopo una breve impennata si raggiunge l’ampio Passo del Belvedere  (1789 m) e successivamente la Piana dei Cavallari per proseguire sulla cresta rocciosa di Rotigliano. Seguendo il crinale, si giunge ad una sella e, dopo un ultimo tratto ripido, sulla cima di Monte San Franco (2132 m).

Monte San Franco: Montagna incantata  (Annoio Federici)

Salire sul costone di nor-ovest allorquando imperversa la bufera ed il vento ti spinge verso il cielo,é un’esperienza da vivere e da ricordare nel tempo. La neve appare all’improvviso,in genere ai primi di Dicembre, ma a volte non disdegna di apparire anche prima, ed ammanta di candore la vetta,le pendici,i vecchi stazzi ed i sentieri che dal piano salivano un tempo percorrendo antichissime vie tracciate da uomini e donne e bambini, al seguito di armenti ed asini e cavalli, alla ricerca di legna da ardere o di erba da raccogliere per il lungo inverno: un inverno che, una volta, non finiva mai!

La montagna di San Franco é stata, per secoli, muta testimone di una vita contadina rude, forte, instancabile. Sembrano passati cento anni da quando sono state abbandonate le terre e le coltivazioni in altura, da quando "gli ultimi" se ne sono andati in silenzio: ed invece sono solo passati alcuni decenni.

Generazioni di uomini e donne forti erano riuscite a costruire dal nulla e con la forza delle sole mani rifugi,casette,edicole sacre per ripararsi ed ingraziarsi le benevolenze dei Santi Vincenzo, Cristoforo, Franco e della Madonna della Zecca.

Basta salire in altura e camminare, camminare e guardare quel che é rimasto di capolavori architettonici destinati, loro malgrado, a scomparire. Sembrerà strano, ma non lo é, mettere al primo posto le "macere", mucchi o montagnole di sassi tolti per rendere coltivabili piccoli o piccolissimi appezzamenti di terra: una fatica immane, un lavoro certosino e paziente per “raccapezzare” sassi di tutte le misure, farne dei muretti perimetrali a secco, oppure degli enormi mucchi che, visti dall'alto del monte, specialmente lungo il Piano di Rotigliano, appaiono simili ad una superficie lunare.

E che dire poi delle “casette”: ognuna conosciuta per il soprannome del proprietario. C’è la casetta “de fà le chiai", la casetta "de ciccandonu", la casetta "de bardiccu", particolarmente accattivante per la presenza di enormi piante di ciliegio. E poi decine di casette di cui sono rimaste semplicemente le fondamenta, che la natura sovrana sta pian piano ricoprendo e portando definitivamente nell'oblio.

La casetta "e cchiappa", ormai diruta, é ancora lì a testimoniare la permanenza in essa dell'ultima famiglia patriarcale che ha coltivato fino a pochi decenni fa una parte del territorio, tirando su tra fatiche e rinunce, orzo, patate, lenticchie, foraggio, cicerchie, farro: per procurarsi l'acqua dovevano scendere ad una sorgente distante decine di minuti, in basso,e risalire con i recipienti appesi al bastone:una fatica immane per la sopravvivenza alimentare. In questi ultimi anni, la Montagna di San Franco è diventata, meta sempre di più, di numerosi escursionisti, anche grazie alla presenza del rifugio “Antcnella Panepucci Alessandrini“, che si trova sul versante nord ad un'altezza di 1420 m. e che ospita durante tutto l'anno gli appassionati della montagna. Una montagna ricca di acque sorgive e freschissime, che sgorgano in entrambi i versanti, come la sorgente di Pratonisco, di Faschiano, di Spugna, dell’Acqua Fredda, di Piedimonte, tutte sorgenti , queste, che permettono l'allevamento in altura durante la stagione primaverile ed estiva, dei numerosi capi di bestiame (ovini,cavalli,bovini), anche grazie alla presenta di erbaggi freschi e profumati. Ai primi tepori primaverili le pendici della montagna offrono fioriture variopinte che ristorano la vista di chi la percorre: dal giallo al rosso fucsia, dal viola al rosso canarino, dal verde cupo al rosso scuro un arcobaleno di colori che solo una montagna ancora integra può offrire!

Le edicole erette in onore dei Santi ornano le pendici basse del Monte: si incontra per prima quella di San Vincenzo, che mani devote sono riuscite a portare al vecchio splendore. Poi c'è' San Cristoforo eretta sasso contrastando sasso, con una magnifica volta a botte che sta ormai scomparendo, come ormai scomparsa la bellissima immagine in pietra che ne ornava la nicchietta esterna. C'é infine la chiesetta di San Franco eretta nei pressi della sorgente miracolosa che si dice guarisca dai mali più vari chi vi si immerga, è talmente buona da bere che un tempo si partivano a piedi dai luoghi più lontani per farne incetta a dorso di mulo. Il rispetto e la venerazione popolare portava frotte di persone ad assistere alla messa annuale che si celebrava in località Madonna Della Zecca, sita ai margini del bosco, per invocare la protezione sui raccolti e sugli allevamenti delle greggi.

Un tempo file interminabili di asini, carretti, uomini, salivano dai paesi di Arischia e di Pizzoli alle prime luci dell'alba, per fare in tempo a riscendere con ciò che le terre alte producevano. Durante la stagione calda si pernottava nelle casette, a fianco delle bestie o sui soppalchi eretti per il tepore della notte.

Il silenzio regna oggi sovrano, vola ancora qualche coppia di rapaci, lepri silenziose e fugaci si celano sotto i cespugli di rosa canina, il lupo é riapparso dopo le decimazioni del passato, qualcuno dice di aver visto l'orso!

Ma la montagna di San Franco é sempre lì, a dominare il tempo che vola via, a guardare lontano, verso il mare, verso il lago di Campotosto, verso la catena del Terminillo: dalla vetta si dominano spazi grandi, ti sembra di riconoscere il mondo nelle sue diverse tonalità, ti sembra di vedere, nell'alba aranciata che si alza dal mare, l'origine della vita, e nel tramonto dorato un senso di nostalgici ricordi!

 

Il fiume

Un percorso escursionistico alternativo a valle è rappresentato dal corso del fiume Aterno che si dice abbia le acque più fredde d’Italia. Nasce presso Aringo al margine settentrionale della conca di Montereale. La zona delle sorgenti, difficile da identificare perché costituite da numerose pozze, rivoli e ruscelli, è una zona di media montagna arida o coperta di rovi nella parte più elevata, ricca di vegetazione arborea ed arbustiva molto aggrovigliata appena più in basso. Il bosco misto che circonda il fiume appena nato è composto di piante tipiche dell’habitat fluviale quali il pioppo, il salice e l’ontano, ma anche da alberi caratteristici dell’ambiente sub montano come querce, aceri, ornelli e sorbi. Durante la stagione primaverile lungo le rive del fiume si assiste ad una intensa fioritura di piante arbustive come il maggiociondolo e di piante erbacee come la violetta e l’anemone. Sebbene l’intervento umano sia evidente anche in questa zona, con la vicinanza di strade asfaltate, nell’ambiente è possibile trovare i segni di una “naturalità diffusa”, ciò rende l’escursionismo in questa zona affascinante. Nel tratto che va dalla zona delle sorgenti fino all’Aquila è possibile costeggiare il fiume su sentieri e sterrate percorribili a piedi o in mountain bike. Di notevole interesse, nel tratto pianeggiante del fiume, sono i mulini ad acqua, testimonianza di raffinata tecnologia, di una sapienza tecnica che deve tener conto di conoscenze di idraulica, di lavorazione di pietra e legno, di velocità e pressione dell’acqua, di pesi e di leve. La “raffota”, il “retrecine”, la “macina”, la “ tramoggia”, costituiscono l’antica macchina di cui si sta perdendo la memoria. Fortunatamente ancora oggi nei pressi di Pizzoli si possono visitare gli unici due mulini ancora funzionanti lungo il fiume Aterno.

 

La ferrovia  Galleria fotografica

Parallela al corso del fiume corre il tracciato della vecchia ferrovia L’Aquila- Capitignano. Fin dal lontano 1863  si studiarono e si elaborarono progetti per costruire una ferrovia che collegasse L’Aquila a Teramo. Nel 1919 iniziarono finalmente i lavori di costruzione che terminarono nel 1922. Il primo tronco, L'Aquila - Pizzoli, di 13,3 Km, fu inaugurato il 22 Agosto 1920, mentre il secondo, Pizzoli–Capitignano, fu attivato il 27 febbraio 1922. La ferrovia serviva principalmente al trasporto della torba estratta nei giacimenti ubicati nella zona di Capitignano. Meno sostenuto il trasporto di passeggeri, sia per i tempi di percorrenza, abbastanza elevati, che per la scarsa necessità degli abitanti dei paesi attraversati di recarsi in città. Quando l’estrazione e la vendita della torba divennero poco redditizie la ferrovia mostrò i suoi limiti e fu definitivamente abbandonato il progetto di prolungarla fino a Teramo.  Sono ancora presenti lungo il tracciato della ferrovia le vecchie stazioni a testimonianza di quel progetto ambizioso che voleva collegare l’Aquila con il mare.

Pizzoli è una ridente cittadina  che con l’amenità dei suoi dintorni, le possibilità escursionistiche, le sue antiche chiese e il suo castello, i suoi prodotti tipici e la sua recettività può considerarsi a ragione un centro turistico di villeggiatura estiva ed invernale.

 

Vie di comunicazione nell’epoca romana in Abruzzo

Nell'antico Impero Romano, le strade erano importantissime perché collegavano la capitale con le terre lontane favorendo i commerci e l'incontro con nuove culture. Erano così ben costruite che ancora oggi vengono utilizzati gli stessi tracciati. All’inizio dell’impero fu potenziata anche la rete viaria, già notevolmente sviluppata ed in grado di permettere, attraverso una direttrice interna, collegamenti tra i territori dell’Appennino centro-settentrionale e quelli dell’Appennino meridionale. Tre grandi strade congiungevano Roma alla IV regione agustea che comprendeva anche Amiternum: la più settentrionale era la Via Salaria, che collegava Roma con la costa adriatica. La strada, prendeva il nome dal fatto che veniva impiegata per il trasporto del sale, raccolto alla foce del Tevere, verso l'interno della penisola. Da questa importante arteria si distaccava ad Interocrium  (Antrodoco) una strada, che, attraverso il valico di Sella di Corno, raggiungeva Amiternum, passando per Fisternae (nei pressi di Vigliano) e Foruli (Civita Tomassa), vici di Amiternum, e proseguiva, con il nome di Via Caecilia, verso il valico delle Capannelle, per raggiungere la valle del Vomano ed Interamnia Praetuttiorum (Teramo). Assai discusso è il percorso della Via Caecilia, riguardo alla quale possediamo due importanti documenti: il primo è un'iscrizione rinvenuta a Roma, nei pressi di porta Collina, che ricorda l'appalto di diverse opere di rifacimento della via ed è databile all'età di Silla; il secondo è un miliare ritrovato a S. Omero, in provincia di Teramo, dunque già in territorio piceno: vi si ricorda il console L. Caecilius Q.f. Metellus, presumibilmente il costruttore della via, e la distanza da Roma di 119 miglia. Le due iscrizioni, per quanto interessanti, riguardano rispettivamente il tratto iniziale e finale della Via Caecilia e non ci dicono nulla sul suo percorso nella regione della Sabina. Secondo un opinione assai diffusa tra gli studiosi, che ha trovato regolare riscontro nei maggiori atlanti storici, la Caecilia si sarebbe distaccata dalla Salaria ancora in territorio sabino (nell'area di Trebula Mutuesca, a monte di Rieti secondo la mappa del Barrington Atlas), avrebbe poi raggiunto Amiternum e passato lo spartiacque appenninico dal Passo delle Capannelle, a 1.299 metri sul livello del mare. Di notevole importanza per accreditare il passaggio della via Caecilia sul valico delle Capannelle – dice la Segenni – sono i resti di selciato stradale ritrovati nei pressi di Porcinaro nel Comune di Pizzoli.

Un’altra strada, si dipartiva da Pitinium, la Via Litina. Essa provenendo da Rieti, attraverso Cotilia ed Antrodoco, avrebbe raggiunto Amiternum. Di li proseguendo a Settentrione in direzione di Pizzoli, Labaretum e Montereale  sarebbe giunta sino ad Amatrice per riallacciarsi alla Salaria.

La più meridionale delle vie che da Roma si inoltravano nel Sannio era la Via Valeria-Claudia: nel suo primo tratto questo percorso per la verità prendeva il nome di via Tiburtina, collegando in effetti Roma a Tibur. Dopo questa località, la strada, assunto il nome di Valeria, toccava le colonie di Carsioli e Alba Fucens, per terminare nella piccola località marsicana di Marruvium. Negli anni 48/49 d.C. l'imperatore Claudio fece prolungare la Valeria fino a Corfinio e poi, lungo la valle dell'Aternus, fino a Teate Marrucinorum (oggi Chieti) e infine alle foci del fiume, Ostia Aterni, nei pressi dell'attuale Pescara. La nuova strada assunse dunque il nome di via Claudia-Valeria. L’imperatore Claudio, fece anche costruire la Via Claudia Nova, che, raccordandosi a Foruli (Civitatomassa frazione di Scoppito), con il tracciato proveniente da Antrodoco, raggiungeva la via Claudia Valeria nei pressi di Bussi. Nella zona di Amiternum la Claudia Nova attraversava Pitinium (Pettino) e, seguendo l’Aterno, si confondeva con il tratto iniziale del grande tratturo che arrivava al Tavoliere pugliese. La strada raggiungeva Aveia (Fossa), lasciandosi sulla destra Forcona (Civita di Bagno). Da qui iniziava la principale diramazione della Claudia Nova, quella che passando per Frusteniae dietro l’altopiano delle rocche, collegava l’alta valle dell’Aterno con la conca del Fucino.  Le grandi vie di comunicazione romane: Salaria, Claudia-Valeria e Claudia Nuova, furono anche i principali assi lungo i quali si propagò il Cristianesimo a partire da Roma.

IL PECORINO DI PIZZOLI

Il Pecorino di Pizzoli è un formaggio prodotto con latte ovino, proveniente dai pascoli di alta montagna della zona. Il prodotto stagionato per circa 60 giorni viene considerato fresco; se la stagionatura si prolunga per 8-12 mesi si ottiene un prodotto da grattugiare. Le forme pesano generalmente 3 kg circa, ma il peso diminuisce con il prolungamento della stagionatura. Nella lavorazione tradizionale, il latte crudo viene filtrato con un panno di fibra naturale e messo a scaldare sul caldaio di rame stagnato, a fuoco diretto, finchè raggiunge una temperatura di circa 37-40°C. Quando si fredda (si sente con la mano), si aggiunge il caglio naturale proveniente dagli agnelli dall’allevamento dell’azienda stessa. Il caglio si trova naturalmente nello stomaco dei mammiferi, per permettere ai piccoli di digerire il latte della madre. Quello utilizzato nella produzione del formaggio pecorino, viene generalmente estratto dall'interno dello stomaco degli agnelli nutriti esclusivamente a latte, essiccato e poi disciolto in acqua nella proporzione necessaria.  Trascorsi 15-30 minuti dall’aggiunta del caglio si procede alla rottura della cagliata che viene poi prelevata e messa negli stampi o cerchi di legno (formatura). Il siero deve essere ben rimosso perché la cagliata non diventi troppo acida.  Se si vuole ottenere un formaggio più duro la cagliata viene rotta in frammenti piccoli, per permettere una maggiore fuoriuscita del siero. La cagliata ancora fresca viene poi messa nei cerchi di legno per conferire al formaggio il suo caratteristico aspetto. Le forme del peso di 3 kg circa, vengono lisciate a mano esercitando una certa pressione che permette la fuoriuscita del siero, ed in seguito si ricoprono di sale (salatura a secco). Dopo 2-4 giorni, le forme si lavano e si dispongono su tavole di legno in locali freddi dove avviene la stagionatura (60 giorni – 1 anno).  Durante questo periodo il formaggio viene periodicamente girato e oleato. In genere, più lunga è la stagionatura, più il sapore del prodotto finale sarà ricco e complesso.

 E' un formaggio prodotto con latte ovino, proveniente dai pascoli di alta montagna della zona. Il prodotto stagionato per circa 60 giorni viene considerato fresco; se la stagionatura si prolunga per 8-12 mesi si ottiene un prodotto da grattugiare. Le forme pesano generalmente 3 kg circa, ma il peso diminuisce con il prolungamento della stagionatura. Nella lavorazione tradizionale, il latte crudo viene filtrato con un panno di fibra naturale e messo a scaldare sul caldaio di rame stagnato, a fuoco diretto, finchè raggiunge una temperatura di circa 37-40°C. Quando si fredda (si sente con la mano), si aggiunge il caglio naturale proveniente dagli agnelli dall’allevamento dell’azienda stessa. Il caglio si trova naturalmente nello stomaco dei mammiferi, per permettere ai piccoli di digerire il latte della madre. Quello utilizzato nella produzione del formaggio pecorino, viene generalmente estratto dall'interno dello stomaco degli agnelli nutriti esclusivamente a latte, essiccato e poi disciolto in acqua nella proporzione necessaria.  Trascorsi 15-30 minuti dall’aggiunta del caglio si procede alla rottura della cagliata che viene poi prelevata e messa negli stampi o cerchi di legno (formatura). Il siero deve essere ben rimosso perché la cagliata non diventi troppo acida.  Se si vuole ottenere un formaggio più duro la cagliata viene rotta in frammenti piccoli, per permettere una maggiore fuoriuscita del siero. La cagliata ancora fresca viene poi messa nei cerchi di legno per conferire al formaggio il suo caratteristico aspetto. Le forme del peso di 3 kg circa, vengono lisciate a mano esercitando una certa pressione che permette la fuoriuscita del siero, ed in seguito si ricoprono di sale (salatura a secco). Dopo 2-4 giorni, le forme si lavano e si dispongono su tavole di legno in locali freddi dove avviene la stagionatura (60 giorni – 1 anno).  Durante questo periodo il formaggio viene periodicamente girato e oleato. In genere, più lunga è la stagionatura, più il sapore del prodotto finale sarà ricco e complesso.

 

 

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