SANT' EQUIZIO

 

Sant’Equizio visse tra la fine del V secolo ed i primi decenni del VI secolo (475-450), nella provincia Valeria (L’aquila-Rieti-Tivoli). Non si hanno grandi notizie della sua vita. L’unico che ne parlò fù San Gregorio Magno nei suoi dialoghi (I,4 in PL, LXXVII, coll. 165-77), dove ricorda il sepolcro del santo abate “presso l’oratorio di San Lorenzo” in Marruci di Pizzoli. Intorno agli anni 480/90 – 571 si svolgono in territorio amiternino alcuni fatti che vengono narrati nei Dialogi di Gregorio Magno il quale dice di rapportarli ad altre fonti e relativi al monaco Equizio. I fatti sono di tale natura che già denunciano la santità di Equizio,”una personalità di spiccatissima santità (vir sanctissimus)” come lo definisce Gregorio, il che lascia supporre che  fin dagli anni della fioritura del grande papa il culto di Equizio dovette essere diffuso nella provincia Valeria. Tenendo presenti i riferimenti storici certi che vengono narrati nei Dialogi di Gregorio Magno, possiamo situare la vita del Santo e affermare che essi testimoniano un monachesimo prebenedettino nella zona di Amiterum.  Equizio visse, dunque, tra il pontificato di Simplicio I (468-483) e Virgilio (537-555); sotto gli imperatori d’Oriente Zenone (475) e Giustiniano (527-565) e i <<re  d’Italia>> Odoacre e Teodorico (489-526) e il governo di Narsede.

 

Biografia di Equizio Dai Dialogi di Gregorio Magno

 

Nella provincia Valeria un uomo santo di nome Equizio èra tenuto da tutti, in questi luoghi, in grande venerazione. Questo Equizio, per la sua grande santità era divenuto fondatore e padre di molti monasteri, sia maschili che femminili, nella stessa Provincia Valeria. Nell’età giovanile, per combattere la tentazione della carne si era dedicato a una assidua preghiera. Chiedendo a Dio  la forza di superare le tentazioni della carne, una notte alla presenza di un angelo fu esaudito nella fondamentale battaglia; da quel momento non provò più stimolo carnale. Confidando dunque in questa grazia che gli veniva da Dio cominciò a organizzare anche monasteri femminili, come faceva per quelli maschili. Tuttavia non cessava di ammonire i suoi discepoli onde non credessero con il suo esempio che fosse facile anche per loro di acquistare una virtù poiché non l’avevano ricevuta. Al tempo in cui nella città di Roma furono arrestati esperti di arti magiche, Basilio, che eccelleva in queste, travestito da monaco si diresse verso la provincia Valeria. Egli si presentò a Castorio, vescovo della città di Amiterno affinchè lo presentasse all’abate Equizio per essere accolto nel suo monastero e portare a termine l’espiazione dei suoi peccati. Dunque il vescovo con Basilio si recò al monastero e pregò Equizio, servo del signore di accogliere la stesso monaco nella famiglia monacale. L’abate Equizio guardandolo attentamente disse:<< Quello che mi affidi o padre io non vedo essere un monaco ma un diavolo>>. Castorio rispose a lui: << Vai cercando scuse per non accordarmi ciò che ti chiedo>>. A questi subito il servo del Signore rispose: << Io dichiaro che Basilio è ciò che ti ho detto, tuttavia, affinché tu non ritenga che io non voglia obbedire, farò ciò che mi chiedi>>. Così fu accolto nel monastero. Non molti giorni dopo, il servo di Dio Equizio, si allontanò dal monastero per andare a stimolare i fedeli ad avere interessi ultraterreni (a predicare). Essendosi egli allontanato accadde che nel monastero delle vergini, cui presiedeva lo stesso padre, una di esse sembrava affetta da una altissima febbre, aveva cominciato ad avere una forte paura ed a gridare non già con forti parole ma con urli: <<ora sono prossima a morire  a meno che non venga il monaco Basilio ed egli stesso attraverso l’applicazione di una sua certa cura mi renda la salute>>. Ma nell’assenza dell’abate nessuno della comunità osava entrare nel monastero femminile, tanto meno Basilio, ultimo arrivato, di cui si ignorava ancora il suo modo di agire. Fu, pertanto inviato un monaco che riferisse al servo di Dio Equizio che una monaca ardeva di violenta febbre e chiedeva la visita di Basilio.   Ciò udito il santo uomo sprezzando sorrise e disse: <<Non dissi forse che questi fosse il diavolo e non un monaco? Andate e cacciatelo dalla cella. Della serva del signore che è afflitta dall’affanno della febbre non preoccupatevi, perché da questo momento né sarà afflitta dalla febbre ne chiederà di Basilio». Ritornò il monaco e riscontrò che la vergine di Dio era tornata in salute nello stesso tempo nel quale il servo di Dio Equizio che era lontano aveva detto “tornerà in salute”. Tutti i monaci, ubbidendo al comando dell'abate, lo stesso Basilio scacciarono dal monastero. Questi, scacciato raccontava di aver sospeso nell'aria la cella di Equizio senza tuttavia recar danno alcuno.

 

Un certo giorno una serva del Signore delle stesso monastero di vergini, entrò nell’orto. Essa, vedendo la lattuga, la desiderò ardentemente e dimenticata di benedirla col segno della croce la morse avidamente, ma presa dal diavolo cadde subitamente a terra. Essendo essa scossa da un travaglio se ne avviso tempestivamente il padre Equizio onde venisse velocemente e corresse pregando. Lo stesso padre entrato subito nell’orto incominciò, quasi essendo egli stesse soddisfatto perché il diavolo aveva preso la vergine, ad esclamare dicendo: <<Che cosa ho fatto io? Io sedevo sulla lattuga: venne ella e mi morse». Ad essa con grande indignazione l’uomo del Signore ordinò di andar via e di non essere più serva dell’onnipotente Dio. Subito si allontano e non poté toccarla. 

 

Un certo personaggio di nome Felice della provincia di Norcia, padre di questo Castorio che ora dimera con noi nella città di Roma, rilevando che lo stesso venerabile uomo non era stato investito dell'ordine sacro e andava di luogo in luogo a predicarvi con molta diligenza, lo avvicinò un certo giorno con il coraggio che previene dalla familiarità dicendo: <<Tu che non hai la sacra ordinazione del romano pontefice, sotto il quale vivi non ricevesti licenza di predicare, in che modo presumi di farlo?». Colpito dalla sua domanda, il santo uomo indicò in qual mode ricevette licenza di predicare: <<Ciò che mi dici io stesso pensavo tra me e me, ma una certa notte in una visione si presento a me un giovane di bellissimo aspetto e nella mia lingua pose un ferro chirurgico cioè un flebotomo dicendo: “ecco misi le mie parole nella tua bocca. Vai a predicare". E da quel giorno anche se lo volessi non posso tacere di Dio».

Pietro. Vorrei conoscere l'opera di questo padre che si dice abbia ricevuto tali doni.

Gregorio. L’opera previene dal dono non il dono dall’opera; altrimenti la grazia non sarebbe grazia. I doni vengono prima di ogni opera quantunque dall'opera susseguente gli stessi doni si accrescano. Affinché tuttavia tu non sia privato della conoscenza della sua vita, bene la conobbe il reverendissimo uomo Albino vescovo della chiesa reatina e molti sono ancora vivi che la potettero conoscere, ma perché chiedi di sapere ulteriormente delle opere dal momento che la limpidezza della vita concordava con la pratica della predicazione? Un cosi grande fervore di portare le anime a Dio lo accendeva da essere non solo a capo di monasteri ma da correre qua e la per le chiese, per i castelli, per i vici e anche per le case dei singoli fedeli onde eccitare i cuori degli ascoltatori all'amore della patria celeste. Era invero umile nel vestire e cosi spiacevole a vedersi che se per caso qualcuno non lo conoscesse, essendo salutato non avrebbe avuto piacere a scambiare il saluto e tutte le volte che si recava in viaggi in altri luoghi aveva la consuetudine di adattarsi ad una bestia da tiro la più scalcinata tra quante potessero essere reperite nella stalla e per la quale anziché il palafreno si usava la cavezza e pelli di montone per sella. Sopra se stesso caricava i sacri codici messi in sacche di pelle in ambedue i lati e dovunque giungesse apriva la fonte delle scritture e irrigava i prati delle menti. Anche nella città di Roma arrivo la fama di questa predicazione e come e proprio del linguaggio degli adulatori che uccide mentre abbraccia l'anima del loro ascoltatore, i chierici sacerdoti di questa sede apostolica in quel tempo, adulando si sono chiesti dicendo: “chi e questo uomo rozzo che si impossesso dell'autorità della predicazione e la missione del nostro apostolico signore, pur essendo ignorante, presunse di usurpare per se  stesso? <<Sia inviato dunque, se si e d’accordo, chi lo smascheri affinché egli conosca quale sia la forza del potere ecclesiastico». Come di solito accade che essendo occupato l’animo in molti pensieri, l'adulazione diviene molto efficace se dalla stessa porta del cuore in nessun modo sarà stata il più velocemente possibile scacciata, il Pontefice dietro la sollecitazione dei chierici dette il consenso affinché [Equizio] venisse condotto a Roma e conoscesse quale dovesse essere il suo limite. Mandando Giuliano, che tuttavia svolgeva allora la funzione di difensore e che in seguito fu a capo del vescovado di Sabina, gli affido questa missione col compito di condurre Equizio a Roma, usando nei suoi confronti grande rispetto, affinché il servo del signore non avvertisse alcunché di ingiurioso nella stessa convocazione. Giuliano, volendo rapidamente obbedire ai voti che i chierici avevano a lui indirizzati, velocemente corse al monastero di Equizio e li, essendo lui assente trovo il copista e gli scrittori, e domando loro dove fosse l'abate e questi risposero: <<In questa valle che sta sotto il monastero sta tagliando il fieno». Lo stesso Giuliano disponeva di un ragazzo superbo ed arrogante al quale egli stesso a malapena poteva impartire ordini. Questi egli invio affinché conducesse Equizio velocemente a lui. Si affretto il ragazzo e con spirito protervo entrato velocemente nel prato e vedendo li tutti intenti a falciare il fieno, domando chi fosse Equizio. Appena ebbe udito chi fosse, lo vide che stava ancora più lontano e fu preso da un grandissimo timore; comincio a temere di stancarsi e pensò che a mala pena avrebbe potuto recarsi da lui essendo il suo passo barcollante. Tremando giunse dinanzi all’uomo del Signore e con le braccia strinse umilmente baciandole le sue ginocchia. Il servo del Signore dopo aver ricambiato il saluto

dette un ordine dicendo: <<raccogli il verde fieno, porta la pastura alle giumente con le quali venisti. Ecco, io, poiché manca poco, finito il lavoro, ti seguirò». Giuliano, il difensore inviato, non si spiegava cosa mai fosse successo che trattenesse il ragazzo dal tornare: ma ecco che vede il ragazzo che ritorna e che porta sulle spalle il fieno dal prato. Egli molto irato incomincio a gridare dicendo: <<Cosa sta succedendo? Io ti inviai per condurre un uomo non per portare il fieno» Cosi rispose il ragazzo: <<Colui il quale cerchi, ecco sta seguendo». Ed ecco venire l'uomo di Dio che calzava scarpe chiodate, portando la falce da fieno sulle spalle. Il ragazzo indicò al suo signore chi fosse quegli che cercava e [disse] che stava ancora lontano. Lo stesso, Giuliano appena vide l’uomo del Signore lo riconobbe dall'abito e si preparava al modo che avrebbe dovuto usare per parlare a lui con intenzioni iraconde. Appena fu vicino all'uomo che era servo di Dio, una non dominabile paura invase l'animo dello stesso Giuliano cosicché egli tremo tanto che per comunicare con quegli che era sopraggiunto a malapena sarebbe bastata la lingua.

Egli subito con umile spirito si avvicino alle sue ginocchia, chiese che pregasse per lui e indico la ragione per la quale il Padre suo l’apostolico Pontefice volesse vederlo. Il venerando Equizio incomincio a ringraziare fortemente Iddio, asserendo che lui in virtù di grazia divina avrebbe visitato il sommo pontefice. Sul posto convoco i fratelli, ordino che nel giro di un'ora fosse preparata una giumenta e incomincio con molta energia a mettere fretta a Giuliano esecutore dell'ordine papale per partire immediatamente. Giuliano disse ad Equizio: <<Ciò non si può fare in alcun modo perché stanco del viaggio non ho la forza di partire». Allora Equizio risponde: <<Mi affliggi o figlio perché se oggi non partiremo, domani certo sarà impossibile farlo>>. Il servo del Signore, costretto dalla stanchezza di Giuliano, passò nel suo monastero quella notte.

Quando ecco, nel giorno seguente, circa al crepuscolo della luce, viene con un cavallo, fortemente affaticato per la corsa, un ragazzo che reca una lettera nella quale si ordinava a Giuliano di non ardire di molestare il servo di Dio o muoverlo dal monastero. Avendogli domandato perché fosse stato mutato l'ordine, egli seppe che nella stessa notte nella quale Giuliano era stato inviato, il pontefice era stato fortemente atterrito da una visione perché aveva avuta la presunzione di ordinare di far venire alla sua presenza l’uomo di Dio. Egli si alzo immediatamente ed affidandosi alle preghiere del venerando uomo disse: <<Chiede il padre vostro che non dobbiate essere importunato». Avendo il servo del Signore udito ciò, rattristato disse: <<Forse ieri non dissi che se non fossimo partiti subito, certo poi non sarebbe stato possibile?» Allora, come prova di carità, Equizio ospitò Giuliano nella cella ed a lui che pur costretto resisteva, offri tuttavia il frutto del suo lavoro. Impara, dunque, o Pietro come sono nella salvaguardia divina quanti in questa vita impararono a non tenere in alcun conto se stessi; vengono annoverati con onore tra quei cittadini che, disprezzati, non si vergognano di essere fuori del consorzio degli uomini. Perché al contrario non vengono considerati agli occhi di Dio quanti per il desiderio di una inutile gloria si gonfiano innanzi agli occhi propri e del prossimo. Onde la verità dice ad alcuni: <<Voi siete quelli che si giustificano difronte agli uomini. Dio tuttavia conobbe i vostri cuori perche ciò che e nobile per gli uomini è esecrabile davanti a Dio».

Pietro. Mi meraviglio molto che tale uomo fu nascosto a un cosi grande Pontefice.

Gregorio. Perché ti meravigli, o Pietro, per il fatto che sbagliamo, dal momento che siamo uomini? Ti sei dimenticato che Davide, il quale era solito avere spirito profetico, emanò sentenza contro l’innocente figlio di Gionata quando udì le parole del bugiardo fanciullo? E tuttavia perché la sentenza fu emanata da Davide la crediamo giusta, anche in base al nascosto giudizio di Dio, pur se con la ragione umana non riusciamo a vedere ciò che fu veramente giusto. Perché meravigliarsi dunque se da quello che dicono i bugiardi a volte siamo tratti in inganno, noi che profeti non siamo?

Accade che l’affollarsi dei problemi molto sconvolge la mente di ciascun presule. Quando l'animo si volge a molte cose diviene meno attento alle singole e tanto più e sottratto all’attenzione in una qualsiasi cosa quanto più e occupato in molte.

Pietro. Sono molto vere le cose che dici.

Gregorio. Non debbo tacere ciò che di questo uomo seppi avendomelo narrato una volta il mio reverendissimo abate Valenzio.  Diceva dunque che, essendo stato sepolto il suo corpo nell’oratorio del Santo Martire Lorenzo, un villano pose un giorno un recipiente con il frumento sopra il sepolcro, né si preoccupò di riflettere a quale e quanto grande uomo li giacesse, né pertanto di rispettarlo.  Quando improvvisamente per un turbine proveniente dal cielo pur rimanendo salde li tutte le cose , avvenne che il recipiente che era stato posto sopra il sepolcro fu tolto via e gettato lontano, onde tutti chiaramente conoscessero di quanto valore fosse il corpo di colui che li giaceva. I fatti che qui aggiungo conobbi per il racconto del venerabile Fortunato che mi e gradito molto per la maggiore anzianità, per le opere e per la sincerità. Essendo entrati i Longobardi nella provincia Valeria i monaci fuggirono dal monastero del reverendissimo uomo Equizio nel suo sepolcro ubicato nel predetto oratorio. Essendo, i Longobardi che infierivano, entrati nell’oratorio incominciarono a cacciarne fuori i monaci per disperderli con le torture o per ucciderli con le spade. Uno di essi pianse e travagliato dal grande dolore esclamò <<Ahime o santo Equizio come sopporti che siamo dispersi e non ci difendi?»  Al grido di lui subito un immondo spirito invase i feroci Longobardi. Essi cadendo a terra tanto a lungo furono trascinati qua e la affinché anche tutti i Longobardi che erano fuori dell'oratorio comprendessero ciò, ovvero che non potevano seguitare a profanare un luogo sacro. Cosi il santo uomo mentre difendeva i suoi monaci presto anche soccorso ai molti che man mano si rifugiavano in quel luogo.

Nelle straordinarie pagine dei dialogi di Gregorio Magno, scritti alla fine del VI secolo, quando ancora era vivo il ricordo del santo, trasmesso al pontefice da TESTIMONI DIRETTI E VERITIERI,  quando si narra di Equizio, si parla di molti monasteri, a insediamento sparso e non localizzati con precisione, posti sotto la guida di un santo uomo, Equizio appunto. E ancora uno spazio, reale e simbolico insieme, definito dall'irradiamento della sua fama, costruita dalla predicazione del santo, capace di trasformare sacralizzandolo un intero territorio, così come  il lavoro dei monaci trasformava il paesaggio rurale.  L'unica dimensione paesaggistico-geografica presente nella narrazione è quella rurale.  Ma forse è piuttosto il caso di dire che il paesaggio diviene parte costitutiva della individualità di Equizio, strumento e oggetto della sua santità. Equizio, abate, coordinatore di monasteri, maestro di vita, ispiratore di regole monastiche, è soprattutto colui che taglia il fieno nella valle sotto il monastero e non si distoglie dal lavoro neanche di fronte a un richiamo dell'autorità ecclesiastica; colui che va predicando a cavallo di una giumenta, su una sella di pelli, vestito rozzamente, con i sacri codici racchiusi  in due sacche. Equizio rappresenta dunque una forma di vita religiosa, anzi di santità certamente nuova rispetto ai modelli agiografici e per questo anche sospetta , come provano  gli episodi della sua vita sopra accennati; ma accettata e sancita attraverso l'assunzione nell'opera del grande pontefice.

Equizio fu sepolto nel suo monastero, nell’attuale cripta che si trova nella chiesa parrocchiale dedicata a San Lorenzo martire in Marruci di Pizzoli. Sappiamo che il monastero subì una distruzione da parte dei longobardi poco dopo la morte di Equizio. Questa distruzione non comporto la profanazione della tomba del santo tanto che negli anni successivi fu oggetto di adorazione e di pellegrinaggio fino a quando con il passare delle generazioni quel Ricordo sbiadì sino ad attenuarsi. Dovettero passare nove secoli perché il mondo si ricordasse di Equizio, precisamente quando nel 1461 furono traslate le sue spoglie nella chiesa  di san Lorenzo in L’aquila, oggi chiesa della Laurentina. In quel periodo il Ricordo del santo fù vivo e grande tanto che la città lo nominò suo secondo patrono del <<quarto di San Pietro a Popleto>>, e, successivamente, compatrono della città, che lo volle effigiato nel suo stendardo ufficiale insieme ai Santi Massimo, Celestino e Bernardino. Da quanto si è detto, scaturisce, indiscutibilmente, che Equizio operò nell’amiternino e proprio nell’agro di Amiternum aveva il centro irradiante del suo movimento monastico. Il terremoto del 1703 distrusse la chiesa di San Lorenzo  in L’Aquila conseguenza fù la trslazione nel 1785 delle sue spoglie nella chiesa di S. Margherita della Forcella (Padri Gesuiti) in un sarcofago di marmo in una delle cappelle laterali che porta il suo nome. Il corpo di Equizio dopo il terremoto del 2009 che ha danneggiato  la chiesa di S. Margherità è ritornato nella sua terra, nell’oratorio di San Lorenzo in Marruci di Pizzoli.

 

Note e documenti

Circa il tempo in cui visse Equizio, e quello in cui vanno collocati i miracoli qui narrati da Gregorio, esiste nelle fonti disaccordo e confusione.  Da quel che dice Gregorio e lecito dedurre i seguenti dati:

·    I° se com’e probabile, il mago Basilio e da identificare con quello di cui parla Cassiodoro in Var., IV, 22 e 23, le quali datano del 510/11, in questo tempo Equizio  erà  gia monaco, e quindi la sua nascita si può collocare fra il 480 e il 490;

·    2° era più vecchio di Albino, vescovo di Rieti, che fu vescovo dopo Probo, e mori prima del 595;

·   3° era ancor vivo, prima che il “defensor" Giuliano divenisse vescovo di Cures in Sabina: avvenimento anche questo, su cui le fonti non si trovano, d’accordo, sebbene sia di ritener verosimile l’opinione di Duchesne, che fosse l'ultimo vescovo di Cures, morto a Roma verso il 586; 4° erà morto al tempo in cui i Longobardi invasero la Valeria, cioe dopo il 571, quando quei barbari dall'Italia settentrionale passarono nella centrale.

Dal primo e dal quarto di questi elementi si può fissare la vita del santo tra i due termini estremi 480/90 - 571 circa.

Non si sa nemmeno dove fosse collocato il suo monastero; ma poiché Basilio, per farvisi accogliere, ricorse al vescovo di Amiterno, trovasi probabilmente nella diocesi Amiternina nell’oratorio San Lorenzo in Marruci, dove il ricordo del santo e la sua venerazione sono rimasti ancor vivi nei secoli.

 

L’ anno dopo, 1461, il corpo di Santo Equizio dal Castello di Pizzoli sarà portato in città nella omonima chiesa parrocchiale di S.Lorenzo itus (Annali, ms. in BPA, vol. XV/2 p. 586).

 

Il 5 gennaio 1631 il nobile Cesare Branconio, nel testamento, lascia <<60 ducati per una cassa lavorata ed idorata con cristalli per contenere le ossa di S. Equizio (Colapietra, Gli Aquilani, p. 114).

 

Bibliografia  

1.    Equizio Amiternino e il suo movimento monastico. Giacinto Marinangeli. Bullettino Abruzzese di storia Patria 63 (1973) 281-343.

2.    La terra di Pizzoli tra l’alto e medioevo e Sec. XV. Deputazione Abruzzese di storia patria  Atti 22/08/1987.

3.    Marruci e Marrucini dalla preistoria a S. Equizio. Rino Casimiro Farda . (1998)  Ed. Associazione Fraternità Marruci.

4.    Historia Aquilana in A. L. Antinori , L.A. Muratori, Antiquitates cit. VI, coll. 524-525.

5.    Possessi Farfensi nel territorio di Amiterno. L. Pani Ermini, Note di archeologia altomedievale, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, 103, 1980, pp. 41-52.

6.    Gregiorii Magni Dialogi, a cura di A. De Vogue, Paris 1978-80, Sources Chrètiennes 251, 260,265.

7.    Uomini di Dio e uomini di chiesa nell’alto Medioevo (per una reinterpretazione dei Dialogi di Gregorio magno) Ricerche di Storia sociale e religiosa , 12 (1977), pp. 163-202.

8.    Chiesa e cristianità rurale nell’Italia di Gregorio Magno in Medioevo Rurale , G. Rossetti e V. Fumagalli, Bologna 1980.