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Marruci e la sua storia un territorio da
scoprire
La storia di Marruci si svolge nella caligine dei tempi
ed è difficile quindi trarre argomenti sulla base di una documentazione.
Possiamo
subito riconoscere
dal nome stesso Marruci l'emblema ed il significato della sua
antichità. Dobbiamo mettere dei vincoli di sangue o di costume con i Marrucini,
gent e italica che abitava tra l'agro Vestino e Frentano, tra l'Alento e il Foro,
verso il
mare, possiamo
dire che possa esservi stata comunanza di lingua e di accento e anche di
origine come dicono le radici del termine in comune, ma non essendosi trovati argomenti
storici come graffiti o tombe, per
avvalorare vincoli di sangue o di costume con i Marrucini, possiamo solo
affermare una comune origine di lingua.
La storia del nostro territorio è legata ad
Amiternum: Nel versante occidentale della conca aquilana, abitata in epoca
preromana dai Sabini, sorgeva Amiternum. Il nome deriverebbe dal fiume
Aterno, che attraversava l'insediamento condizionandone la vita e determinandone
la prosperità.
Amiternum
entrò a far parte dell'ordinamento romano nel 290 a.C.; fu prefettura fino
all'età augustea, in seguito probabilmente municipio, come sembrano confermare
le fonti epigrafiche. Rimangono a testimoniare il passato splendore, le vestigia
del teatro e dell'anfiteatro, numerose iscrizioni ed
abbondante materiale
scultoreo e architettonico. I ruderi del teatro sono visibili all'altezza del
km. 9 della S.S. 80. Le gradinate erano, originariamente , su due ordini e
potevano ospitare 2000 spettatori circa. Della scena si conservano solo le
strutture di base. L'anfiteatro si trova invece sulla riva destra dell'Aterno,
ai margini della città antica. L'edificio
presenta un rivestimento in laterizio risalente al I
secolo d.C.; esso mantiene quasi per intero il suo perimetro che era costituito
da 48 arcate su due piani; mancano completamente le gradinate di circa 6000
posti.
Se prendiamo come punto di riferimento il tardo antico
e l'alto medioevo vediamo che
diverse città romane popolarono la valle dell'Aterno : Amiternum,
Aveia, Forcona, Foruli, Pitinum.
Tali città erano state di notevoli dimensioni. I resti
del teatro e dell'anfiteatro di
Amiternum potrebbero testimoniarlo, ma ancor più il fatto che almeno tre di
queste città furono sede di diocesi: Forcona, Amiternum, Pitinum. Ma già
nel VII secolo si ha una riduzione della popolazione e un'ultima prova
della presenza di Amiternum come sede di diocesi. Nel 970-974 la città di
Amiternum non esisteva più come testimonia il passaggio dell'imperatore Ottone
I, accompagnato da Teodorico vescovo di Metz per raccogliere reliquie di Santi.
Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi fu di desolazione, il grande Amiternum distrutto. Dal VII secolo al X secolo si era consumata la rovina della
città di Amiternum. In questo lasso di tempo si succedono il dominio dei
Longobardi e le incursioni dei
Saraceni con la distruzione dei grandi monasteri. Le attività economiche della
zona pertanto, dovettero subire traumatiche contrazioni. E' certo un fatto: nel
secolo XI Amiternum non aveva più vescovi.
EQUIZIO ABATE
MAESTRO DI VITA A MARRUCI
I l periodo
che ci interessa ricordare di cui si hanno fonti storiche che parlano del nostro
territorio, è il 480-511, nei dialoghi di Gregorio Magno si riferisce di un
certo Basilio, fuggiasco dalle prigioni romane con un suo compagno (come si
legge in Cassiodoro), che nascosto sotto “monachico habitu”, viene
presentato e raccomandato a Equizio dal vescovo di Amiternum. Quando
Basilio fugge vestito da monaco nella provincia Valeria,
si rivolge al vescovo Castorio di Amiternum, e da questi viene accompagnato nel
monastero di Equizio, per essere accolto nella comunità di Marruci.
Negli stessi dialogi si parla successivamente della
ferocia dei Longobardi contro i monaci del monastero Equiziano che rifugiatisi
nell'oratorio di San Lorenzo, ove era il sepolcro del loro santo protettore
Equizio, furono salvati per la sua intercessione. Gregorio parla di miracoli,
avvenuti sul sepolcro di Equizio, “… in beati Laurentii martyris
oratorio”.
Ma prima di proseguire, è bene soffermarsi ancora
sull'opera monastica di Equizio per proporre alcune osservazioni
sull'organizzazione spaziale degli insediamenti quale è possibile evidenziare
dal racconto di Gregorio Magno.
onviene premettere che Equizio, per aver meritato
l’alta considerazione di Gregario Magno, l’estimazione dei vescovi Castorio
di Amiternum e Albino di Reate, la venerazione degli abati Fortunato e
Valentino, l’ammirazione del defensor Ecclesiae’ Giuliano, del senatore
nursino Felice e suo figlio Catorio, del nobile romano Basilio, la
considerazione dello stesso Pontefice romano, ma soprattutto, per essere stato a
capo di molti monasteri di uomini e anche di vergini, dovette essere,
effettivamente, uomo eminente per virtù e saggezza. Il trionfo d’un
monachesimo italico spetta dunque a
due uomini sabini: ad EQUIZIO di Amiternum e a BENEDETTO di Nursia. Dal passo
gregoriano è chiara la presenza di due monasteri, uno maschile e uno femminile,
ambedue fondati per cura di Equizio e ubicati, come si è visto, nelle vicinanze
di Amiternum. Il monastero maschile era articolato in una zona abitativa, "
abitatio monasteri" di cui doveva far parte, e la si nominata
espressamente, anche la "cella" dell'abate, mentre l'oratorio dedicato
al martire Lorenzo, si trovava distinto dal convento poiché da questo si doveva
uscire per recarvisi, oratorio che serviva anche come luogo di sepoltura in
quanto aveva accolto le spoglie di Equizio. Un hortus infine provvedeva al
sostentamento dei monaci e diviene teatro dell'episodio della monaca del vicino
convento femminile che vi entra presa da un irrefrenabile desiderio di mangiare
la lattuga ivi coltivata. Sono presenti quindi nel monastero maschile di Equizio
quegli elementi strutturali e costanti che in una recente indagine si
evidenziano negli antichi monasteri romani. Da sottolineare infine la dedica
dell'oratorio a Lorenzo che testimonia il culto al martire romano ormai
ampiamente diffuso al momento dell'invasione longobarda, tra il 571 e il 574,
anche grazie all'opera esplicata da papa Pelagio in favore del santuario del
Verano.
Nelle straordinarie pagine dei dialogi di Gregorio
Magno, scritti alla fine del VI secolo, quando ancora era vivo il ricordo del
santo, trasmesso al pontefice da TESTIMONI DIRETTI E VERITIERI,
quando si narra di Equizio nel cap. 4 del libro I, si parla di molti
monasteri, a insediamento sparso e non localizzati con precisione, posti sotto
la guida di un santo uomo, Equizio appunto. E ancora uno spazio, reale e
simbolico insieme, definito dall'irradiamento della sua fama, costruita dalla
predicazione del santo, capace di trasformare sacralizzandolo un intero
territorio, così come il lavoro dei monaci trasformava il paesaggio rurale.
L'unica dimensione paesaggistico-geografica presente nella narrazione è
quella rurale. Ma forse è piuttosto il caso di dire che il paesaggio diviene
parte costitutiva della individualità di Equizio, strumento e oggetto della sua
santità. Equizio, abate, coordinatore di monasteri, maestro di vita, ispiratore
di regole monastiche, è soprattutto colui che taglia il fieno nella valle sotto
il monastero e non si distoglie dal lavoro neanche di fronte a un richiamo
dell'autorità ecclesiastica; colui che va predicando a cavallo di una giumenta,
su una sella di pelli, vestito rozzamente, con i sacri codici racchiusi
in due sacche. E ancora, testimonianza inequivocabile della dimensione
rurale della santità di Equizio, il miracolo delle sue reliquie
nell'oratorio
di San Lorenzo in Marruci: il frumento deposto sopra il sepolcro
da un contadino viene scagliato in aria da una bufera. Una forma di
irriverenza punita attraverso una manifestazione della virtus delle reliquie,
nella narrazione dei Dialoghi, ma forse piuttosto la testimonianza di una
diversa concessione e di una diversa fruizione della sacralità, più legata
alla quotidianità stessa del lavoro che a forme eclesiasticamente definite; e
dunque anche testimonianza di
dislivelli socio-culturali interni
a quella realtà rurale protagonista di tanta parte degli episodi narrati dal
pontefice.
Equizio rappresenta dunque una forma di vita religiosa,
anzi di santità certamente nuova rispetto ai modelli agiografici e per questo
anche sospetta ,
come
provano gli episodi della sua vita
sopra accennati; ma accettata e sancita attraverso l'assunzione nell'opera del
grande pontefice. Equizio fu sepolto nel suo monastero, nell’attuale cripta
che si trova nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo in Marruci. Sappiamo che
il monastero subì una distruzione da parte dei longobardi poco dopo la morte di
Equizio. Questa distruzione non comporto la profanazione della tomba del santo
tanto che negli anni successivi fu oggetto di adorazione e di pellegrinaggio
fino a quando con il passare delle generazioni quel Ricordo sbiadì sino a
scomparire. Dovettero
passare
nove secoli perché il mondo si ricordasse di Equizio, precisamente quando nel
1461 furono ritrovate le sue spoglie nella
chiesa di San Lorenzo in Marruci e
traslate nella chiesa
di san Lorenzo in L’aquila, oggi chiesa della
Laurentina. In quel periodo il Ricordo del santo fù vivo e grande tanto che la
città lo nominò suo secondo patrono del <<quarto di San Pietro a
Popleto>>, e, successivamente, compatrono della città, che lo volle
effigiato nel suo stendardo ufficiale insieme ai Santi Massimo, Celestino e
Bernardino. Da quanto si è detto, scaturisce, indiscutibilmente, che Equizio
operò nell’amiternino e proprio nell’agro di Amiternum aveva il centro
irradiante del suo movimento monastico. Nel 1703 la distruzione della chiesa da
parte del terremoto comportò nel 1785 la trslazione delle spoglie nella chiesa
di S. Margherita della Forcella (Padri Gesuiti) dove tuttora si trova situato in
un sarcofago di marmo in una delle cappelle laterali che porta il suo nome. Il
culto di Equizio si è inurbato attraverso la traslazione delle relique del
santo.
L'appropriazione
delle reliquie di Equizio da parte della città dell'Aquila, con la conseguente
assunzione del Santo in un olimpo
cittadino e la istituzione di un culto urbano, appare indebita: rispetto alla
modalità della vita , alla realtà in cui era vissuto, al passaggio in cui lo
troviamo collocato nelle straordinarie pagine dei Dialogi di Gregorio Magno,
scritti alla fine del VI secolo, quando era ancora vivo il ricordo del santo,
trasmesso al pontefice da testimoni diretti.
Possiamo concludere, questa breve trattazione
ricordando che in Amiternum per opera del santo uomo Equizio che operò in
Marruci, rimane un immenso vanto:
di aver impresso al monachesimo occidentale un’orma ed uno slancio che preparò
la via al movimento di Benedetto da Norcia.
Se Benedetto segnerà il meriggio radioso del monachesimo occidentale,
Equizio lo aveva carismaticamente annunziato, quale nitida aurora, rosea e
promettente.
Bibliografia
1.
Equizio Amiternino e il suo movimento monastico.
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2.
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Deputazione Abruzzese di storia patria Atti
22/08/1987.
3.
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Casimiro Farda . (1998) Ed.
Associazione Fraternità Marruci.
4.
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Antiquitates cit. VI, coll. 524-525.
5.
Possessi Farfensi nel territorio di Amiterno. L. Pani
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Storia Patria, 103, 1980, pp. 41-52.
6.
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7.
Uomini di Dio e uomini di chiesa nell’alto Medioevo
(per una reinterpretazione dei Dialogi di Gregorio magno) Ricerche di Storia
sociale e religiosa , 12 (1977), pp. 163-202.
8.
Chiesa e cristianità rurale nell’Italia di Gregorio
Magno in Medioevo Rurale , G. Rossetti e V. Fumagalli, Bologna 1980.
Santi uomini
della terra di Pizzoli
Va inoltre
ricordato che la nostra terra
annovera una quindicina di Francescani della prima
e seconda riforma nativi di Pizzoli a iniziare dal Beato Ambrogio
discepolo di San Giovanni da Capestrano e suo compagno nella missione nell’europa centrale ( 1451-1456).
Frate
Equizio, teologo, oratore ricercato, ministro
provinciale, morto a Napoli nel 1685;
Il Venerabile servo di Dio fra Francesco, chierico
studente, morto a Roma in Concetto di santità nel 1784; I fratelli laici
Casimiro e Croce, morti nel 1863. La serie giunge fino a nostri giorni, ed è
Onorata della figura del fratello laico fra Salvatore Sabatini, morto Martire
della carità e del vangelo in Mujuk-Dereshi, nell’America minore il 23
gennaio 1920.


Due foto (1930): operai Marrucini, le prime imprese a Roma; un momento della
trebbiatura.
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