PASTORI E PASTORIZIA

 Pastori e pastorizia un tipo di economia

 Arte e corredo del pastore

 Le capanne

 La transumanza

 La produzione della lana

 La marchiatura

 

Pastori e pastorizia Un tipo di economia rurale

L'economia rurale era basata sull'autosufficienza, mediante una produzione familiare che traeva direttamente dalla natura tutto quanto potesse occorrere in cibo, vestiario ed oggetti (con l'esclusione della metallurgia, della ceramica, e di poco altro, opera di artigiani). Questa pratica non era imposta solo da una dura necessità di risparmio economico, ma anche dalla difficoltà della distribuzione commerciale, per la forte dispersione abitativa, propria dei contadini e dei pastori, su di un territorio difficile, poverissimo di strade e mezzi di comunicazione. La convenienza economica dell'autosufficienza nella fabbricazione di oggetti e di vestiario, era accresciuta anche dai particolari ritmi di lavoro dettati dalla natura, con lunghe pause invernali per l'agricoltore, che le impiegava a produrre tali beni, e con continue brevi pause giornaliere per il pastore, durante le soste del gregge per il pascolo. Questi portava con sé l'oggetto da lavorare, per lo più legni da intagliare ed incidere con il coltello, da cui ricavava ciotole, borracce, scatole da rasoio, conocchie per filare, stampi per dolci, stecche per busti, ecc. ed anche singoli elementi costitutivi dello scarso mobilio, da comporre una volta a casa. Tra questi merita particolare menzione la caratteristica madia per l'indispensabile conservazione del pane nelle lunghe trasferte nei ripari temporanei, lontano dalla casa. Facilmente montabile e smontabile in tavolette, veniva agevolmente trasferita in montagna l'estate e nella pianura della campagna romana o del Tavoliere delle Puglie l'inverno.

  Arte e corredo del pastore

La gerarchia pastorale
(Anna Rita Severini)

Nelle grandi aziende pastorali, la gerarchia era molto rigida; ognuno doveva svolgere precise mansioni, in relazione all'età e alle sue specifiche capacità.

Per un gregge di 2000 pecore, era necessario il seguente personale:

  • Il massaro (massare), o vergaro (vergare), era l'uomo di fiducia del padrone, o locato (locate), ed aveva perciò pieni poteri nella gestione del personale, dalla distribuzione dei lavori alla paga. A lui spettava il compito di sovrintendere a tutte le attività dell'azienda, per le quali aveva alle sue dipendenze una serie di uomini addetti a mansioni diverse:
  • I butteri (vùttere) dovevano custodire asini, muli e cavalli e si occupavano di trasportare le masserizie durante la transumanza; inoltre, avevano l'incarico di procurare la legna e le provviste per le necessità quotidiane e di consegnare il formaggio prodotto ai commercianti; venivano coadiuvati dai giovani butteracchi.
  • I pastori (pecuràle) o mandriani, avevano il compito di custodire il gregge, portarlo al pascolo, guidarlo e sorvegliarlo con l'aiuto dei cani; erano addetti pure alla mungitura.
  • Il caciaro (casciare) si occupava della lavorazione del latte e, quindi, della produzione della ricotta e del formaggio pecorino.

I garzoni (guaglione o biscino), ultimo gradino della scala gerarchica, erano ragazzi dai 9 - 10 anni in su, ai quali spettavano le incombenze più umili, spesso maltrattati o scherniti dai pastori adulti; tra l'altro, durante la mungitura, dovevano tenere unite le pecore e spingerle verso il guado. Oggi questo compito è affidato ai cani da tocche.

  L'abbigliamento e l'equipaggiamento del pastore (Anna Rita Severini)

Uno degli elementi caratterizzanti della tradizione pastorale, come d'altronde di tutte le forme di cultura preindustriale, è la quasi assoluta autosufficienza materiale. Il corredo personale del pastore era frutto pressoché esclusivo delle sue abilità artigianali: egli stesso si confezionava parte del vestiario, lavando le pelli conciate ed il cuoio, realizzava e decorava secondo il proprio gusto gli oggetti del suo equipaggiamento, costruiva gli attrezzi necessari al suo lavoro.

  • giacca in pelle di pecora (pelleccione);
  • mantello (cappe);
  • sopracalzone in pelle di pecora o capra usati come protezione dal freddo e dai rovi (uardamàcchije);
  • gambali (strangunère);
  • scarponi chiodati (scarpune);
  • calzature estive in cuoio (chiochie);
  • ombrello tipico pastorale, riparo contro le intemperie e il calore del sole (mbrelloccie); bastone adoperato come appoggio nei momenti di riposo, o per toccare le pecore, cioè dirigerle e per fermarle quando si scostano dal gregge, trattenendo una zampa posteriore con il manico ad uncino; ricavato da un ramo d'albero, spesso viene decorato con incisioni di simboli solari e figure antropomorfe o modellato nell'impugnatura a forma di cane, lupo, serpente (angìne o mazza);
  • mazza chiodata, arma di difesa contro lupi o cani inselvatichiti e di offesa nelle eventuali risse che in passato avvenivano talvolta tra pastori di masserie diverse (mazzaferre);
  • borsetta in pelle adoperata per trasportare e tenere al caldo gli agnelli appena nati durante la transumanza;
  • racchette da neve costruite con un ramo ripiegato e fil di ferro intrecciato;
  • fionda con la quale il pastore dirigeva il gregge, lanciando delle pietre fino a cento metri di distanza (mazzafionde);
  • bisaccia contenente il corredo personale del pastore nel corso della transumanza e durante la permanenza negli stazzi (vesàccie);
  • scatola da rasoio ricavata da un unico blocco di legno. In essa il pastore conservava l'occorrente per radersi;
  • corni usati per il trasporto dell'olio. Spesso erano decorati sulla sommità con l'incisione di teste zoomorfe;
  • contenitore in legno, zucca o corno per polvere da sparo;
  • contenitori per acqua o vino: bottiglia in peltro (boccetta); fiasca in pelle; bottiglia di zucca; borraccia in legno a forma di barilotto (cupèlle); scodellina in legno usata dal pastore per consumare la colazione;

LE CAPANNE

Le dimensioni e la tipologia delle capanne sono in diretto rapporto con il loro uso. Grandi capanne, spesso a due piani, caratterizzano i dintorni del paese con funzione di stalla-fienile.
Più su, lontano dal paese, le dimensioni e la precisione costruttiva diminuiscono: è la capanna che il contadino ha costruito sul proprio campo come riparo e deposito di attrezzi. Sul limite inferiore dei pascoli compaiono i grandi complessi agricolo-pastorali: masserie stagionali ove si coltiva e si accudisce il gregge che pascola più a monte. Si tratta pertanto di costruzioni al servizio di una economia mista, che solo in rari casi assumono una funzione esclusivamente pastorale, non prestandosi la stabilità della capanna in pietra alla provvisorietà di tale condizione.
La capanna in pietra a secco con falsa cupola, o volta inerte, si è sviluppata, secondo una delle teorie più accreditate, ovunque fosse disponibile la materia prima e vi fossero limitate possibilità economiche. Tale tipo di costruzione ha avuto un certo successo dovuto principalmente alla sua elementare statica facilmente intuibile, che permette di risolvere il problema critico della copertura svincolandola dall'uso di legante e di strutture lignee di sostegno. Pur essendo presente in tutta Europa e in Medio Oriente, essa è particolarmente diffusa e ricca di forme nei paesi del bacino del Mediterraneo. Per quanto riguarda la capanna abruzzese, la sua origine è da ricercarsi in una migrazione di cultura, tramite la pastorizia transumante, dall'area pugliese a quella dei nostri monti ove esistevano i presupposti per la sua diffusione; è opinione comune che essa risalga al massimo a 200-300 anni fa. Nella campagna romana, si costruivano capanne in legno e paglia. I contigui ricoveri per le pecore, detti stazzi, in rari casi venivano ricavati anch'essi dalle grotte o ripari sotto roccia, altrimenti venivano costruiti recinti con muri di pietra a secco in montagna. In pianura e durante le transumanze venivano alzati ricoveri in rete di corda. Attorno dormivano i cani per la difesa, specie da lupi.

LA TRANSUMANZA

La transumanza, dovuta alla necessità di trasferire in autunno a piedi le greggi dai monti alle lontane pianure pugliesi o a quelle circostanti di Roma, si svolgeva attraverso i tratturi, antichissime vie d'erba per gli spostamenti stagionali. Da qualche decennio la transumanza avviene su strada con autocarri. I pascoli pugliesi si affittavano in estate. Di solito era il padrone dell'azienda che andava di persona in Puglia a contrattare l'affitto del terreno. Le grandi famiglie nobili che possedevano il bestiame, mandavano il massaro. Spesso il contratto per l'anno dopo si rinnovava a maggio, quando si ripartiva per l'Abruzzo. I proprietari terrieri pugliesi, oltre al pascolo, davano la casa in muratura per i pastori e la stalla per i muli. I pastori si sistemavano in grossi ricoveri, dove dormivano tutti insieme. Si viveva molto isolati nelle masserie pugliesi. Eravamo lontani dai centri abitati e avevamo pochi contatti con gli abitanti del luogo. La giornata di lavoro era sempre uguale. La mattina presto si mungeva, si faceva il formaggio e poi portavano le pecore al pascolo. La sera si rientrava, si mungeva e si faceva altro formaggio. Il cibo del pastore era povera, quasi sempre pane cotto (si metteva a bollire con un po' di olio). Mangiavamo anche la paniccia, cioè il pane con il siero del latte; poi le cipolle, la cicoria. Nella campagna romana andavamo a svernare i pastori di Marruci, Pizzoli, Mascioni e Campotosto, partivamo dal paese, facevamo sosta a Posta, Borgo Velino, Rieti e si fermavamo prima di Roma. Si impiegavano 8 o 9 giorni. Molti portavano con sè le famiglie perché il percorso era breve e così non si viveva troppo isolati. I pastori vivevano nelle capanne che essi costruivano. Erano capanne circolari con il tetto a cono; la base era formata da un cilindro di grossi pali di legno che arrivavano ad altezza d'uomo, dai quali partivano dei pali più leggeri che si andavano a congiungere in alto a formare un tetto conico. Il tetto e le pareti erano ricoperti con paglia di grano intrecciata e fissata con vimini. L'intreccio era molto fitto e isolava perfettamente l'interno della capanna dove era sistemata, al centro, la fornacetta, una buca circondata da pietre sulla quale si cuoceva il latte per fare il formaggio. Per mettere il caldaio sul fuoco, si usava il somaro, una leva alla quale il caldaio stesso era agganciato. Lungo le pareti erano sistemate delle cuccette dove i pastori dormivano.

LA PRODUZIONE DI LANA

La produzione della lana è stata la principale fonte di reddito economico in Abruzzo, assicurando un relativo benessere, specie in epoche caratterizzate da fattori climatici favorevoli. La tosatura delle pecore, seguita dalla marchiatura, preceduta dal lavaggio del bestiame, costituisce uno degli appuntamenti a scadenza annuale.

La "lavatura" delle pecore si effettuava per pulire il vello prima della tosatura, poiché la lana, così trattata, detta in gergo saltata, poteva essere venduta ad un prezzo superiore. Portati sulla riva di un ruscello a gruppi di trecento capi al massimo, gli animali venivano spinti nell'acqua uno dopo l'altro attraverso un passaggio obbligato, uscendo poi dall'altra sponda per asciugarsi; mentre il primo gruppo si asciugava, un altro saltava nell'acqua per essere lavato.Se c'era abbondanza di acqua si eseguivano tre salti, cioè tre lavaggi in tre giorni successivi o, in caso di bel tempo e di un numero limitato di capi, nello stesso giorno.
La lana saltata tre volte era meglio valutata dai compratori più esperti, che erano in grado di riconoscerla. Pertanto, in passato, al pastore conveniva effettuare il lavaggio delle pecore prima della tosa, mentre oggi, data la scarsa quotazione sul mercato della lana nazionale a causa della concorrenza estera, quest'uso è ormai definitivamente scomparso, poiché non comporta per il pastore alcun vantaggio economico.

 

La tosatura (caruse o carose) veniva effettuata generalmente fra aprile e maggio, poco prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso l'Abruzzo. Solo chi possedeva pochi capi poteva occuparsene in proprio, mentre i grandi proprietari si avvalevano di tosatori di mestiere provenienti in genere dalle Puglie, che svolgevano il lavoro con precisione e rapidità, evitando di far soffrire gli animali. Le squadre erano costituite da tosatori che si occupavano solo di tagliare la lana, e di operai che raccoglievano i velli (li mande), e li infilavano dentro grossi sacchi di iuta. La tecnica consisteva nel bloccare in un primo tempo la pecora con la schiena a terra e le zampe anteriori separate da quelle posteriori per tosare il petto e la pancia; subito dopo, legate insieme le quattro zampe, veniva asportato l'intero vello. Con le forbici da tosa tradizionali, ora in disuso, si impiegavano mediamente dai 15 ai 25 minuti per ogni capo, a seconda della abilità dell'operatore. Un bravo tosatore riusciva a sistemare fino a 40 capi in 10 ore di lavoro giornaliero. Da diversi anni, le forbici a molla tradizionali sono state sostituite da tosatrici a mano, poi da tosatrici elettriche, adoperate tuttora da squadre specializzate italiane o anche straniere (inglesi, neozelandesi, australiane). Il tempo massimo impiegato oggi per la tosa è di dieci minuti

LA MARCHIATURA

Il marchio era ed è indispensabile per il riconoscimento delle greggi e l'identificazione dell'azienda di appartenenza. Le bestie vengono marchiate ogni primavera, dopo la tosatura, con marchi originariamente solo in legno, oggi in metallo, bagnati nella vernice colorata. In questo modo, con la progressiva ricrescita della lana, il segno impresso rimane sempre visibile in superficie fino alla tosatura dell'anno successivo. I segni convenzionali di riconoscimento sono diversi.
I più diffusi consistono nelle iniziali del proprietario del bestiame, spesso accompagnato con decori tratti dai modelli della simbologia apotropaica comune a tutta l'area popolare - come il cuore, la stella, la croce - che svolgono, oltre alla funzione distintiva, anche quella, non meno importante, protettiva e apportatrice di buona salute.