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Nella vita di un individuo, il tempo scandisce le tappe di un percorso.
Se osserviamo da un punto di vista “storico”, possiamo certamente seguire le
tappe della sua crescita, e individuare momenti diversi, cui possiamo attribuire
valutazioni o interpretazioni. Ma da un punto di vista “esistenziale”, il
tempo di un individuo è sempre il presente, poiché anche se il suo
comportamento è influenzato dal passato, l’azione che svolge produce effetti
solo nel momento in cui avviene. Vivere il presente, oltre che un’attitudine
comportamentale utile, è anche la misura dell’efficacia della propria azione
nella vita. È l’unico modo per agire, l’unico modo per essere. I giovani, per una qualunque società, sono il presente. Sono la
possibilità – qui ed ora – di interpretare il mutamento e vitalizzare il
progresso della società stessa. Un sistema sociale che non sa valorizzare i giovani, che non li
considera la risorsa più ricca e vitale, è destinato nel tempo a implodere
lentamente, rimpiangendo tempi passati che non hanno più ragione di esistere. Come un buon padre, una società matura ama i propri figli, vegliando su
di loro e occupandosi della loro felicità, lasciando che arrivino a esprimersi
totalmente, raggiungendo da soli la maturità di uomini. Non occorre tanto studio per accorgersi che non è così. La diffidenza
verso i giovani sembra sia il segno distintivo della nostra epoca, più
interessata a considerarli un target di vendita che non una risorsa creativa. Meno di un secolo fa, un giovane si trovava inserito in una società
perlopiù simile a quella dei propri padri: la vita procedeva lentamente,
attraverso parametri piuttosto statici, la cui evoluzione si poteva apprezzare
nello spazio di interi secoli. Di colpo, nel Novecento, tra una generazione e l’altra si è assistito
a vere e proprie rivoluzioni, nella quotidianità e nel costume: l’energia
elettrica, la radio, il telefono, le automobili, la televisione, i computer
hanno proiettato ogni nuova generazione in un mondo del tutto diverso da quello
dei padri, con nuove necessità, linguaggi e abitudini. La distanza, tra un
mondo e l’altro, si è rivelata abissale, come pure l’incomprensione
generazionale, che è diventata diffidenza dei vecchi nei confronti dei giovani
e sfiducia dei figli verso i padri. Il mondo dei giovani, fino a quel momento il naturale “serbatoio”
del futuro dove la collettività riversava valori e tradizione, si è
trasformato in un universo a sé, con nuovi codici e comportamenti sempre
diversi e in continuo mutamento. Un mercato appetitoso per la cultura del
consumo, a sua volta interessata a enfatizzare la diversità per appropriarsi di
nuove nicchie di mercato (straordinariamente ricettive, in certi settori, come
quello della musica, dell’intrattenimento, della tecnologia e
dell’abbigliamento). I giovani, a loro volta, si trovano stretti tra i modelli dei padri e
quelli proposti dalla società dei consumi: entrambi troppo riduttivi e,
comunque, sempre provenienti da interlocutori che non vivono l’esperienza
giovanile in presa diretta. Presto, si rendono conto che il prezzo
dell’accettazione nella società è quello del conformismo più totale – sia
nei confronti dei modelli tradizionali che di quelli “giovanilistici” – e
reagiscono dapprima ribellandosi, poi – a seconda dell’energia disponibile
– alcuni integrandosi, altri restando eterni adolescenti, altri ancora
annientando in vari modi se stessi. Un panorama triste, che esprime per intero
la difficoltà del nostro tempo ad accettare un cambiamento così veloce da non
lasciare il tempo di essere metabolizzato dai protagonisti. Subiamo così, oggi,
il nostro stesso progresso che, senza la risorsa indispensabile dei giovani, non
ha ragione di essere considerato tale. Non possiamo naturalmente frenare la velocità del cambiamento: non è
che l’effetto di un processo storico che va trasformando la società in
un’entità sempre più globalizzata, con tutti i pro e i contro della
questione, che non stiamo qui ad esaminare. Ci interessa, però, ribadire che i
giovani, per un sistema sociale, sono la più evidente possibilità di
interpretare il mutamento, e fornire energia e idee per il progresso e la
maturazione della società stessa. Occorre valorizzarli, considerarli una
risorsa preziosa e vitale, e investire su di essi, fornendo loro un’educazione
più libera e aperta, insieme ai mezzi e agli strumenti più avanzati per una
crescita ricca di possibilità. I giovani – dicevamo – sono il “presente” della società e, come
al solito, tendiamo a dimenticarci che la vita si svolge e muta proprio in
questo tempo preciso. Restare ancorati al passato o fantasticare di ipotetici
futuri che non conosciamo ci terrà sempre troppo lontani della vita vera, che
muta di momento in momento, e tende sempre a sorprenderci. Ascoltiamo cosa hanno
da dire i giovani, arricchiamoli con la nostra esperienza – trattenendoci
dalla tendenza alle prediche – e proviamo a camminare con loro: scopriremo che
sono gli stessi uomini che noi eravamo, alla ricerca di un modo migliore per
vivere la vita del proprio tempo. Insieme a loro, forse, ritroveremo il nostro
entusiasmo. L'Associazione Fraternità Impegniamoci a creare occasioni d’incontro e dialogo per e tra i giovani per rispondere alle concrete situazioni ed esigenze dei giovani del territorio.
Giovani oggi Si è giovani per diritto anagrafico, ma a volte purtroppo desolatamente più vecchi di alcuni di età anagrafica più avanzata. Il malessere di conflitto generazionale è sempre esistito ma, nel contesto di violenza e consumismo odierni, il confronto fra generazioni si fa più esasperato e disperato. Anche perché il confine è diventato molto più sottile e fragile: non è vero che il dialogo ne sia avvantaggiato infatti paradossalmente aumenta lo scontro posto su un piano falsamente paritario che suscita senso di rivalità sia nelle circostanze più banali sia nelle più importanti. Credo che i giovani abbiano bisogno di riferimenti sicuri: di certezze, amore e rispetto piuttosto che della pseudo spensieratezza di adulti ( genitori) eterni adolescenti che li scimmiottano. Molti considerano che gli adolescenti di oggi (anche coloro che vivono un'adolescenza prolungata) abbiano troppo benessere e quindi troppo di tutto col paradosso di un'esasperata - esasperante pretesa di qualcosa di altro e di più, mai abbastanza, con la volontà di ottenerlo e subito, in qualsiasi modo: un rifiuto può scatenare reazioni incontrollabili fino alla frustrazione e alla violenza. Ciò è frutto di un sistema in cui i ragazzi sono stati educati da una società adulta che s'illude, per scaricarsi la coscienza, che il bene materiale supplisca la carenza di amore. Ricorre spesso la considerazione che i giovani di una volta sapevano contentarsi o rinunciare e questi no, ma essi, quelli di allora, non subivano il bombardamento di informazione e comunicazione che rende schiavi del consumismo e propone spesso riferimenti negativi. I mass media suggeriscono violenza nelle immagini e nelle informazioni e i più fragili ne subiscono il fascino pericoloso e nello stesso tempo recepiscono un senso di emarginazione e inutilità. Lo strano è che nel vortice della molteplicità di informazioni e con la facilità di comunicazione data dall'evoluzione dei mezzi, ci sia una così dilagante solitudine (e non è solo problema dei giovani per diritto di anagrafe). I ragazzi di oggi, si dice, non hanno ideali, il concetto di famiglia si fa sempre più inconsistente, i genitori sono assenti, la scuola non dà il necessario supporto ( bella pretesa che sia la scuola a supplire la carenze familiari, come se gli educatori non fossero a loro volta genitori spesso assenti) e comunque, il solo "dirlo" è sterile e non suggerisce rimedi. Ho constatato che i giovanissimi spesso esibiscono sfrontatezza: si propongono duri e privi di sentimenti, dichiarano l'incapacità di affetto, si vantano delle loro trasgressioni: furto, risse, droga. In questo atteggiamento di provocazione c'è un disperato bisogno di attenzione che porta fino al limite estremo della dimostrazione di esistenza, " io scippo, io guido senza patente, io mi drogo, io aggredisco, a volte uccido, io mi suicido: guardatemi, io esisto". Gli adolescenti di oggi ( mi auguro non tutti) spesso non sanno amare, nemmeno se stessi e non accettano legami, e l'idea stessa del legame affettivo duraturo, al quale non credono, li mette in una posizione di difesa e di rifiuto. Di un mio personaggio ho scritto ( non ricordo dove e quando) che "aveva disimparato ad amare", presupponendo che in precedenza avesse saputo amare. Temo che i giovani di oggi non abbiano mai imparato l'amore. L'amore è come un germoglio che esiste alla nascita e per crescere va seguito e alimentato, alcune volte oggi se ne nasce privi perché nemmeno è stato trasmesso, o, se c'è, nessuno poi ne ha cura e sa farlo crescere. E' chiaro che non si può generalizzare e le mie sono soltanto riflessioni personali che scaturiscono da incontri e dialoghi e a volte confidenze. A seguito di un recente fatto di cronaca che riguarda giovanissimi, ho ascoltato un esperto affermare che il raptus non esiste e quindi nessun crimine (in quel caso si analizzava un omicidio), può avere quel tipo di attenuante. Il delitto è la conclusione di un lungo processo di preparazione che toglie il valore e il rispetto della vita umana fino alla conclusione estrema. Questo vale per l'omicidio ma anche per il suicidio. " Si è ucciso o ha ucciso per amore" falsità: lo ha fatto per "non amore". E rifletto, ripetendomi, e forse sbaglio, che in entrambi i casi all'origine c'è una forma di vendetta, la volontà di lasciare di sé almeno il senso di colpa per non aver capito, per non aver saputo ascoltare e la tragica domanda: "ora vi siete accorti che ci sono? Marzia Plumeri
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