* Lettera di Mons. Tonino Bello "Auguri scomodi"

* Dialogare: ascoltare l'altro così come è

* Fondamenti religiosi: la Bibbia

* Caino e tanti Abele

* Decalogo per chi dialoga in gruppo

 

LETTERA DI MONS. TONINO BELLO

Carissimi sono un po' triste perché so che questa lettera forse non la leggerete. Quelli che non contano niente, di solito, giornali non ne comprano. Prima di tutto perché non hanno soldi da sprecare. E poi perché i giornali sono diventati difficili. Anche quelli di Chiesa. Si rivolgono quasi sempre a persone istruite. E trattano argomenti che non hanno nulla a che fare con i problemi che voi vivete, con le difficoltà in cui vi dibattete, con l'indifferenza che vi circonda. Voi non fate storia. Qualche volta fate cronaca: quasi sempre cronaca nera. Eppure, chi conosce la trama dei vostri giorni sfilacciati sa che avreste da raccontare tanta cronaca bianca, da far trasalire la città. Ma la cronaca bianca non fa notizia. Voi non fate storie.Perché non sapete parlare. E, anche quando vi sentite bruciare dentro le ingiustizie della terra, le parole vi muoiono in bocca. Anzi, vi capita spesso di pensare che, forse, ad av3er torto siete voi. Voi non fate peso. Eppure siete turba. Quelli che contano si ricordano di voi all'occasione del voto. Ma dopo quel momento, siete solo di peso. Voi appartenete al mondo sommerso della città. Quello che non cambia mai. Perché, i mutamenti riguardano quasi sempre la superficie. Come succede sul mare: oggi é scirocco e le onde vanno di qua, domani é tramontana e le onde sbattono di là. I fondali, però, rimangono inalterati. La politica vi passa sulla testa.Ogni tanto, di sopra, cambia lo "scenario", come dicono oggi. Ma voi rimanete sempre sotto la botola. Al massimo, bene che vi vada, raggiungete il livello di calpestio. Anche la religione vi passa sulla testa. É vero che qualche volta vi afferra il cuore, fino a farvi lacrimare. Ma più per quei crepacci di mistero che si aprono sul pavimento, che per quelle fessure di luce che si squarciano sul tetto. Di solito, voi rimanete estranei all'eloquenza del rito. Vi sfugge la profondità dei segni. Non capite il senso di certe parole. Ebbene, con la stessa sofferenza ma anche con la stessa speranza di Gesù che ebbe compassione delle folle, desidero rivolgermi proprio a voi. A voi che non contate nulla agli occhi degli uomini, ma che davanti agli occhi di Dio siete grandi. Appunto, questa é la cosa più urgente che voglio dirvi: davanti agli occhi di Dio voi siete grandi. Per lui, infatti, meriti personali a parte, Giovanni Paolo II é importante come Antonio, che fa il subacqueo di frodo per campare la sua famiglia. Gorbaciov vale quanto Pantaleo che, come un ebete, se ne va in giro tutto il giorno col cane. E Nelson Mandela, liberato nella gloria, ha le stesse quotazioni di Said, negro anche lui, ma che, braccato dal disinteresse generale, é rimasto prigioniero nelle sacche della miseria della nostra città. Coraggio! Dio non fa graduatorie. Non sempre si lascia incantare da chi sa parlare meglio. Non sempre si fa sedurre dal profumo dell'incenso, più di quanto non si accorga del tanfo che sale dai sotterranei della storia. Desidero rivolgermi a voi, perché sono convinto che il rinnovamento spirituale può partire solo da coloro che non contano niente. Riappropriatevi della città. Non sopportatela, ma vivetela. Vedrete: le cose cambieranno. Diversamente, non basterà il ristrutturarsi delle istituzioni democratiche. Non saranno sufficienti i buoni propositi dei partiti. Non approderà a nulla l'infittirsi delle cosiddette scuole di politica. Saranno inutili i più raffinati programmi pastorali. E non invertiranno la corsa del mondo neppure i proclami dei vescovi. L'avvenire ha i piedi scalzi, diceva uno scrittore francese. E voleva intendere che il futuro lo costruiscono i poveri. Sì, il processo di conversione a cui ci chiama costantemente il Vangelo deve cominciare da voi. Se voi riuscirete a liberarvi dalla rassegnazione, se riporrete maggiore fiducia nella solidarietà, se la romperete con lo stile pernicioso della delega, se non vi venderete la dignità per un piatto di lenticchie, se sarete così tenaci da esercitare un controllo costante su coloro che vi amministrano, se provocherete i credenti in Cristo a passare armi e bagagli dalla vostra parte, non tarderemo a vedere i segni gaudiosi della risurrezione. E anche per la Chiesa verranno tempi nuovi. E dal domicilio dei poveri, si sprigionerà un così forte potenziale evangelizzatore, che la città traboccherà di speranza.

Vostro don Tonino

(da Tonino Bello "Pietre di scarto", La Meridiana - Luce & Vita, 1993)

Tanti auguri scomodi!

Sul nostro vecchio mondo che muore nasca la speranza.

Non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi « Buon Natale » senza
darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire.

Non posso, infatti, sopportare l'idea di dover rivolgere auguri innocui,
formali, imposti dalla « routine » di calendario. Mi lusinga, addirittura,
l'ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti
auguri scomodi, allora!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda,
senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un'esistenza
carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il
guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato
ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la
carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni;
la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con
tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a
sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra
coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della
spazzatura o l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di
una vita soppressa.

Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le
delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i
tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle
vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla
sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli
senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla vostra sonnolenta
tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna con
l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si
sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili,
si condannano i popoli allo sterminio per fame.

I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità
e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi
volete vedere « una gran luce », dovete partire dagli ultimi. Che le
elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno
bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell'edilizia popolare sono atti di
sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, « facendo la guardia al gregge » e
scrutando l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle
attese, il gaudio dell'abbandono in Dio. E vi ispirino un desiderio profondo di
vivere poveri: che poi é l'unico modo per morire ricchi.

Sul nostro vecchio mondo che muore nasca la speranza.
 

DON TONINO BELLO (1935-1993)

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Dialogare:

ascoltare e accettare l'altro così com'è .

Spesso noi amiamo degli ideali, non delle persone. Ci vuole del tempo a scoprire tutte le ferite relazionali che abbiamo dentro, tutte le paure nei confronti degli altri. E' difficile essere in comunione con altre persone, essere vulnerabili nei loro confronti. I muri dentro di noi sono solidi, muri che nascondono una immensa vulnerabilità e grandi paure.Scattano spesso in noi meccanismi di difesa ed emergono atteggiamenti aggressivi. A volte si sente in noi un'energia forte, non canalizzata: si manifesta come angoscia o come agitazione (se faccio qualcosa avverto meno angoscia). C'é il giudizio che separa. Abbiamo una capacità sorprendente di vedere le pecche dell'altro e ci risulta difficile vedere ed accettare le nostre. Giudicando, noi ci separiamo dall'altro, mettiamo un muro, lo dominiamo. Tutti abbiamo paura di chi, con la sua presenza, le sue doti... ci rivela le nostre carenze, e in tal modo ci sminuisce ai nostri occhi, facendoci toccare con mano le nostre ferite, risvegliando i sensi di colpa. Ecco perché ci affrettiamo a giudicare queste persone, o sminuirle, o separarci da loro prima che siano loro a giudicare noi. Noi siamo inclini alla relazione finché la relazione ci offre gratificazioni, conferme. "Non cercare di togliere la pagliuzza dall'occhio di un altro, quando nel tuo c'é una trave" (Mt. 7,3-5). La paura di aprire il cuore. Sono facili le relazioni superficiali, ma la porta del cuore può rimanere saldamente chiusa... In molte attività, anche umanitarie, il cuore rimane chiuso. É difficile accettare le persone così come sono, con tutte le cose belle che ci sono in loro e con tutte le loro ferite! Quando ci si fa rapidamente un'immagine dell'altro, se l'altro non corrisponde a questa immagine si rimane delusi e si tende a rifiutarlo. L'immagine che si ha dell'altro, o l'immagine di ciò che si vorrebbe che egli fosse, impedisce la comunione. La comunione si radica nella realtà, non nei sogni. Si può comunicare con qualcuno solo se lo si accetta per quello che é.

(tratto da Jean Vanier, "Ogni uomo é una storia sacra")

 

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Fondamenti religiosi: la Bibbia

prof. Michelangelo Priotto, biblista

Il concetto di solidarietà può essere visto da punti diversi, ad esempio verso gli ultimi, verso i poveri, concetto questo normale al quale si allude, si potrebbe anche analizzare la legislazione di Israele circa la solidarietà, si potrebbe analizzare il concetto tra i popoli, come Israele in quanto popolo concepisca la solidarietà verso gli altri popoli oppure l'anti - solidarietà. Nel nuovo testamento si potrebbe pensare alla chiesa come corpo mistico e quindi come corpo di persone solidali tra di loro, e già nell'antico testamento ad Israele come comunità di persone solidali, ma soprattutto si potrebbe pensare alla solidarietà di Dio nei confronti degli uomini, l'incarnazione, la solidarietà nel peccato.

Voglio parlare da credente per due motivi: il primo perché non posso leggere la Bibbia se non con la fede, è stata scritta da credenti ed io sono credente, secondo motivo per un rispetto verso i non credenti, in quanto per avere un dialogo ognuno deve essere se stesso.

Vi porterò due brani per meglio introdurre ciò che intendo esporvi: quello di Caino e la crocifissione di Gesù in croce.

Caino ed Abele

Questo racconto ha conservato un'immensa forza di interpellazione e anche un fascino attraverso i secoli, una stupenda freschezza e vivacità. La densità del racconto non consiste soltanto nella concisione dei suoi sedici versetti , ma piuttosto nel fatto che affronta uno dei problemi più radicali dell'umanità.

Se tutti gli uomini sono fratelli ogni omicidio è un fratricidio. Questa violenza che distrugge il fratello, da dove nasce?

Caino e Abele sono dei prototipi, dei simboli di ciò che l'uomo è o può essere. Questo racconto vuole rispondere a delle domande fondamentali, non alla cronaca di un fatto, e si pone il problema dell'anti - solidarietà, che è costituito dalla non accettazione del fratello.

La fratellanza è ridotta, in questo caso, a due esemplari, e la fratellanza introduce inevitabilmente la differenza di cultura, di culto, di accettazione da parte di Dio, e con ciò nasce l'odio, il rancore e l'atto di violenza.

Abele è definito con un termine che significa inconsistenza, fragilità, ma fondamentalmente è rappresentato come fratello. Il primo figlio, Caino, ampia la famiglia, il secondo, Abele, instaura la fraternità, nascendo fa di Caino un fratello.

I fratelli provocano la diversità, rompono l'uniformità, sono vincolati da una fratellanza che deve essere unità nella diversità secondo il progetto di Dio. Le diversità la Bibbia le racconta secondo gli schemi propri, sono sempre e comunque delle diversità, di cultura, cultura pastorizia o sedentaria, che rappresentano due prototipi degli inizi delle civiltà. La differenza culturale implica anche quella religiosa, gli uni offrono i prodotti della terra, gli altri quelli del gregge.

A questo punto si può pensare che Dio discrimina? Apparentemente sì, infatti la reazione di Dio può sembrare senza motivazione. Qual è, quindi, il significato di questa apparente discriminazione? Per rispondere dobbiamo rifarci alla mentalità biblica antica, il semita vede tutto nell'ottica di Dio, e quando il prodotto di un'annata è stato favorevole non pensa che questo sia dovuto alle buone condizioni climatiche o alla buona tecnica di lavorazione, ma ringrazia Dio per aver accolto le proprie preghiere, in caso contrario penserà che il Signore non lo ha benedetto, non ha accolto le sue preghiere. Introduce quindi, sul piano di Dio, ciò che è un fattore umano, quindi non è Dio che non ha gradito il raccolto di Caino, ma è il raccolto che per motivazioni terrene non ha soddisfatto le aspettative. Non c'è intenzionalità cattiva nell'animo del Signore nei confronti di Caino.

Importante è domandarci qual è il commento alla frase di scusa di Caino: "Sono forse io il guardiano di mio fratello?".

Quando Dio crea l'uomo gli da come precetto quello di custodire e di lavorare il giardino, l'oggetto del verbo custodire è il creato, Dio da il creato all'uomo non perché lo manipoli ma perché lo custodisca. In seguito da all'uomo il fratello perché lo custodisca, darà poi la parola da custodire con i Comandamenti.

Questa custodia diventa possibile in quanto Dio comincia a rivelarsi come colui che veramente custodisce il fratello. Infatti nella notte dell'esodo si legge che Dio vegliò sul suo popolo perché potesse passare il mare. Quindi se Dio offre il fratello alla mia attenzione sarà perché io a mia volta sono un vegliato, un custodito da Dio.

Questo è il concetto di solidarietà che scaturisce direttamente da Dio. Nel Medio Oriente antico c'è la legge del sangue la quale afferma che il parente più vicino di colui che ha subito un'offesa ha il diritto e il dovere di intervenire per ristabilire la giustizia.

Nel corso dei secoli questo è stato interpretato come occhio per occhio dente per dente, cioè in un senso di vendetta, ma il senso originario è un senso positivo, significa il ripristino della legalità. La cosa importante è che chi deve ripristinare ciò che il fratello ha subito è il fratello. Nell'antico Israele, a differenza dei giorni nostri, questo compito veniva demandato ai giudici per avere una maggiore obbiettività. Se Dio interviene è perché sente Abele come proprio fratello, e questo concetto si estenderà ad ogni uomo: ogni Abele troverà sempre Dio come fratello.

L'anti - solidarietà è espressa da quel Caino che erra vagabondo, erra nel paese del suo errare. Dio fa però un gesto di solidarietà nei confronti di Caino ponendogli una croce sulla fronte perché non sia ucciso.

La morte di Gesù in croce

A. Premessa sui salmi

La preghiera dei salmi aiuta ad entrare nel mondo della solidarietà, in un modo però forse inaspettato. Quasi sempre ci ricordano il passato le gesta salvifiche di Dio, ma a volte ricordano anche l'oggi, quando ormai Dio è intervenuto e sembra non intervenire più. Nei salmi tutto è radicale, noi non avremmo il coraggio di esprimerci così, rappresentano comunque un buon pane quotidiano per tutti, anche quando pensiamo di stare bene. L'esperienza della sofferenza e della morte infatti tocca ogni uomo, anche se non direttamente. Troviamo poi delle espressioni di sofferenza comunitarie, sui popoli, le nazioni, Israele in particolare. I Salmi portano un cambiamento apparenterete leggero ma in realtà profondo, ci invitano, invece di pregare per coloro che soffrono, a pronunciare l'Io al loro posto. Pronunciando questo Io del salmista, come se fosse mio, divento io il perseguitato dall'ingiustizia, l'uomo malfamato o ammalato, divento veramente solidale con il mio fratello. Pregare e dire io al posto dei più sofferenti dell'umanità, significa essere chiamati verso di loro a vivere quella solidarietà che è la solidarietà di Dio verso Abele.

b. Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato ?

Analizziamo ora il brano della morte di Gesù in croce. La tenebra per tre ore ricopre la terra, da mezzogiorno alle tre, e la sottolineatura che l'oscurità termina con la morte di Gesù, significa che Egli è la fine dell'oscurità, è la svolta per la fine del mondo.

Secondo Marco, dal quale è tratto questo brano, ci ricorda che l'unica parola di Gesù in croce è messa in rapporto con la morte ed è: "Dio mio perché mi hai abbandonato?".

Quest'ultima preghiera di Gesù sulla croce non è stata capita, non tanto perché immaginata come rivolta al profeta Elia anziché a Dio, ma perché fu interpretata come una richiesta di aiuto per scendere dalla croce, fu interpretata come una domanda rivolta a Dio per essere liberato.

In questo momento invece Gesù si pone una domanda drammatica: "Dove sei". Siamo nell'anti - solidarietà più estrema perché tutti ti abbandonano, però almeno Dio non ti aveva mai abbandonato, non chiede quindi di essere tolto dalla croce, ma chiede di non essere lasciato solo.

La solitudine di Gesù qua è radicale, ed è peggiore della solitudine di Abele, ed è sottolineata in modo fortissimo da Marco, quando racchiude la morte del Signore tra l'episodio del Cireneo, che porta la croce ma forzatamente, quindi non serve, e l'episodio delle donne che stavano a guardare, dopo la Sua morte, ma da lontano.

Nel racconto della passione Gesù perde tutti, perde i discepoli, Pietro, Giuda, anche la folla si stacca da Lui, c'è un progressivo avvicinamento alla solitudine radicale. C'è poi la solitudine della scrittura, in quanto leggiamo che l'intervento di Dio o degli angeli salveranno il buono, quindi se Gesù non è stato salvato la scrittura non dice la verità. Anche nella preghiera di Gesù sulla croce, come abbiamo visto in precedenza, c'è solitudine. Gesù vive la morte nel senso che essa ha acquistato in seguito al peccato, cioè la lontananza da Dio.

Il Figlio, cioè Gesù, assume la lontananza da Dio, diventa peccato.

Qui si può vedere la solidarietà più estrema, Dio raggiunge l'uomo la dove è più lontano da Lui, cioè nel peccato. Gesù urla la sua preghiera, ed è la morte più comune, ha condiviso, con l'uomo, anche il modo di morire. Il significato però non è certo comune perché una volta morto tutti gli elementi vanno a favore di Lui, le tenebre cessano, il velo del tempio si lacera ed infine la fede del pagano.

La croce è quindi il luogo della grande rivelazione di Dio, è il luogo dove veramente mostra di essere solidale con l'uomo. Quando Gesù si lamenta Dio ci appare come un padre duro, ma certamente non è così, non dice nulla offrendosi così alla derisione degli uomini, si identifica con il proprio Figlio, morendo quindi con Lui. Dio discese agli inferi dove c'è l'uomo con il suo peccato, ecco la vera solidarietà, Dio è là. Quel Dio che nel roveto ardente si era rivelato come "Io sono" con gli Ebrei che gemevano in Egitto, qui pronuncia "Io sono" nel figlio Suo che muore da peccatore.

Quindi noi dobbiamo metterci in ascolto e in contemplazione e seguire le donne, che, come abbiamo visto sono lontano, guardano la croce, il luogo dove Gesù viene deposto, guarderanno la pietra srotolata via. Guardare indica la meraviglia, l'intimità, la contemplazione, significa capire che solidarietà innanzitutto è dono di Dio, che si dimostra solidale con noi per poi chiederci di essere solidali con Lui. La croce è quindi luogo di rivelazione, ci dice chi è Gesù, ci dice chi è Dio, la Resurrezione ci conferma cosa ci aveva detto la croce. Il figlio di Dio ha quindi scelto per salvarci la via dell'amore senza riserve, la via della solidarietà.

(testo non rivisto dall'autore)

 

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CAINO E TANTI ABELE

Quando il 15% degli uomini che popolano la terra dispongono dell'85% delle ricchezze naturali del mondo, mentre 100 mila loro fratelli ogni giorno muoiono di fame, e tu taci,

 

 

sei Caino.

Quando 800 milioni di essere umani dispongono, per tutto l'anno, di un reddito inferiore a quello mensile dell'ultimo manovale, e dico: che cosa ci posso fare?

 

 

sono Caino.

Quando gli agricoltori del mondo versano 270 tonnellate di latte sulla strada "per bloccare i prezzi" mentre 7 madri su 10 vedranno i loro bambini morire di fame prima che compiano 15 anni e il tuo cuore non scoppia di indignazione e di collera,

 

 

sei Caino.

Quando so che per comperare un litro di quel latte, sparso così delittuosamente, un manovale indonesiano deve lavorare 10 volte di più del suo collega degli Stati Uniti e mi accontento di mormorare: vergognoso!

 

 

sono Caino.

Raoul Folleraeu

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  DEGALOGO PER CHI DIALOGA IN GRUPPO

*  Ascolta attentamente. Cerca di comprendere l'altro che sta parlando, anche se sei di parere diverso o addirittura contrario a ciò che dice. Cerca di capire le ragioni che porta a sostegno delle sue affermazioni.

  • Non interrompere mai chi sta parlando, ma lascia che esprima compiutamente il proprio pensiero.
  • Parla francamente. Dì ciò che veramente pensi; le tue idee sono valide quanto quelle di chiunque altro: sono, cioè, molto importanti.
  • Esprimiti con chiarezza e semplicità. Gli argomenti che porti non siano speculativi, astratti, ma cercali nella tua concreta esperienza personale.
  • Non monopolizzare il tempo. Parla quando e quanto capisci che sia necessario, dopo aver chiesto la parola se più d'uno desidera parlare.
  • Ciò che puoi dire con due parole non dirlo con tre.
  • Se non sei d'accordo su qualche affermazione o argomentazione, dillo, con franchezza, con naturalezza, con buon umore.
  • Evita di estraniarti dalla riunione, ma partecipa con interesse, facendo domande se hai dei dubbi, sollecitando chiarimenti o precisazioni, aderendo a quanto viene detto solo se ne sei sinceramente convinto.
  • Evita i commenti in privato finché dura la riunione.