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I SANTI VENERATI A MARRUCI
San Lorenzo Martire 10
Agosto
San Lorenzo Diacono e martire 10
agosto - Festa
Martire a Roma, 10 agosto 258
Fu il primo diacono di
Roma, con il compito di distribuire ai poveri quanto raccolto fra cristiane
della città. La tradizione ci tramanda le vicende legate alla sua morte, di
come abbia incontrato Papa Sisto II condotto al martirio, di come abbia
rifiutato di consegnare i "tesori" della Chiesa a lui affidati e di
come abbia subito il supplizio della graticola, che è divenuto il suo motivo
iconografico peculiare unto in realtà, sulla base della rescritto che Valeriano
mandò in senato e che ordinava l'esecuzione dei vescovi, dei presbiteri e dei
diaconi mediante decapitazione, è quasi certo che Lorenzo sia stato un
martirizzato il 10 agosto come il suo vescovo, che secondo S. Damaso, venne
decapitato in un cimitero insieme a sei diaconi.
Patronato:Diaconi, Cuochi,
Pompieri
Etimologia:
Lorenzo = nativo di Laurento, dal latino
Emblema:
Graticola, Palma
Forse da ragazzo ha
visto le grandiose feste per i mille anni della città di Roma, celebrate nel
237-38, regnando l’imperatore Filippo detto l’Arabo, perché figlio di un
notabile della regione siriana. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e
ucciso da Decio, duro persecutore dei cristiani, che muore in guerra nel 251.
L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e
dall’aggressività persiana. Contro i persiani combatte anche l’imperatore
Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà
in prigionia nel 260. Ma già nel 257 ha ordinato una persecuzione
anticristiana.
Ed
è qui che incontriamo Lorenzo, della cui vita si sa pochissimo. E’ noto
soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo
indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi
allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei
riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.
Viene dunque la persecuzione, e
dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di
cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani.
Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però,
Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano
di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte
tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258.
Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio.
Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori
della Chiesa”.
Nella persecuzione sembra non
mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la
Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede
solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di
cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba
dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i
tesori della Chiesa sono questi".
Allora viene messo a morte. E un’antica “passione”, raccolta da
sant’Ambrogio, precisa: "Bruciato sopra una graticola": un supplizio
che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma
gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa
tradizione. Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia
stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto
poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una
basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel
XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.
SANT'ANTONIO ABATE
17
gennaio
Sant'
Antonio Abate 17
gennaio - Memoria
Alto
Egitto, c. 250 – 356
Si sentì chiamato a
seguire il Signore nel deserto udendo nella liturgia il Vangelo: “Se vuoi
essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri” (Mt 19,
21); “Non affannatevi per il domani” (Mt 6, 34). Il suo esempio ebbe vasta
risonanza e fu segnalato a tutta la Chiesa da sant’Atanasio. E’considerato
il padre di tutti i monaci e di ogni forma di vita religiosa. Sensibile ai
problemi del suo tempo,
collaborò per il bene comune con i responsabili della
vita ecclesastica e civile.
Patronato:Eremiti,
Monaci, Canestrai
Etimologia: Antonio = nato
prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Emblema:
Bastone, pastorale, Maiale, Campana,
Croce a T
Del monaco più
illustre della Chiesa antica, morto ultra centenario (250-356), ci è pervenuto
uno dei più begli esempi di biografia. Ne è autore S. Atanasio, che di Antonio
era amico e zelante discepolo. Il biografo non ha trascurato alcun particolare
che potesse illuminare sulla personalità, le abitudini, il carattere, le opere
e il pensiero del caposcuola del monachesimo. Nato a Come nel cuore dell'Egitto,
a vent'anni Antonio aveva abbandonato ogni cosa per seguire alla lettera il
consiglio di Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che
hai...". Si rifugiò dapprima in una plaga deserta e inospitale tra antiche
tombe abbandonate e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse per ottant'anni
vita di anacoreta. L'esperienza del "deserto", in senso reale o
figurato, è ormai un metodo di vita ascetica, fatto di austerità, di
sacrificio e di estrema solitudine: S. Antonio, se non l'iniziatore, ne fu
l'esempio più insigne e stimolante. Infatti, pur non avendo redatto alcuna
regola di vita monastica o aver incoraggiato altri a seguirlo nel deserto,
Antonio esercitò un grande influsso dapprima tra i suoi conterranei, e poi in
tutta la Chiesa.
Il richiamo della sua straordinaria avventura spirituale, pur in assenza dei
mass media e delle rapide comunicazioni moderne, si propagò a tal punto che da
tutto l'Oriente monaci, pellegrini, sacerdoti, vescovi, e anche infermi e
bisognosi, accorrevano a lui per ricevere consigli o conforto. Lo stesso
Costantino e i suoi figli si mantennero in contatto con il santo anacoreta. Pur
prediligendo la solitudine e il silenzio, Antonio non si sottrasse ai suoi
obblighi di cristiano impegnato a riversare sugli altri i doni con cui Dio aveva
ricolmato la sua anima: due volte egli lasciò il suo eremitaggio per recarsi ad
Alessandria, sapendo che la sua presenza avrebbe infuso coraggio ai cristiani
perseguitati da Massimino Daia. La seconda volta vi si recò dietro invito di S.
Atanasio, per esortare i cristiani a mantenersi fedeli alla dottrina sancita nel
concilio di Nicea (325).
Non è possibile parlare di questo illuminato "contestatore" senza
accennare alle tentazioni che turbarono la sua solitudine nel deserto e che
fornirono a pittori come Domenico Morelli il pretesto per ritrarlo tra donne
procaci: S. Antonio fu infatti bersaglio di molteplici tentazioni del maligno
che gli appariva sotto sembianze angeliche, umane e bestiali. Questo santo
umanissimo, pur nell'austera immagine dell'anacoreta, è veneratissimo come
protettore degli animali domestici, umile ruolo che lo rende tuttora popolare ed
amato.
SANT' EQUIZIO ABATE
Conviene premettere che
Equizio, per aver meritato
l’alta considerazione di Gregario Magno, l’estimazione dei vescovi Castorio
di Amiternum e Albino di Reate, la venerazione degli abati Fortunato e
Valentino, l’ammirazione del defensor Ecclesiae’ Giuliano, del senatore
nursino Felice e suo figlio Catorio, del nobile romano Basilio, la
considerazione dello stesso Pontefice romano, ma soprattutto, per essere stato a
capo di molti monasteri di uomini e anche di vergini, dovette essere,
effettivamente, uomo eminente per virtù e saggezza. Il trionfo d’un
monachesimo italico spetta dunque a
due uomini sabini: ad EQUIZIO di Amiternum e a BENEDETTO di Nursia. Dal passo
gregoriano è chiara la presenza di due monasteri, uno maschile e uno femminile,
ambedue fondati per cura di Equizio e ubicati, come si è visto, nelle vicinanze
di Amiternum. Nelle straordinarie pagine dei dialogi di Gregorio Magno, scritti
alla fine del VI secolo, quando ancora era vivo il ricordo del santo, trasmesso
al pontefice da TESTIMONI DIRETTI E VERITIERI,
quando si narra di Equizio nel cap. 4 del libro I, si parla di molti
monasteri, a insediamento sparso e non localizzati con precisione, posti sotto
la guida di un santo uomo, Equizio appunto. Equizio, abate, coordinatore di
monasteri, maestro di vita, ispiratore di regole monastiche, è soprattutto
colui che taglia il fieno nella valle sotto il monastero e non si distoglie dal
lavoro neanche di fronte a un richiamo dell'autorità ecclesiastica; colui che
va predicando a cavallo di una giumenta, su una sella di pelli, vestito
rozzamente, con i sacri codici racchiusi in
due sacche. E ancora, testimonianza inequivocabile della dimensione rurale della
santità di Equizio, il miracolo delle sue reliquie nell'oratorio di San Lorenzo
in Marruci: il frumento deposto sopra il sepolcro
da un contadino viene scagliato in aria da una bufera. Una forma di
irriverenza punita attraverso una manifestazione della virtus delle reliquie,
nella narrazione dei Dialoghi, ma forse piuttosto la testimonianza di una
diversa concessione e di una diversa fruizione della sacralità, più legata
alla quotidianità stessa del lavoro che a forme eclesiasticamente definite; e
dunque anche testimonianza di
dislivelli socio-culturali interni
a quella realtà rurale protagonista di tanta parte degli episodi narrati dal
pontefice. Equizio rappresenta dunque una forma di vita religiosa,
anzi di santità certamente nuova rispetto ai modelli agiografici e per questo
anche sospetta , come provano gli
episodi della sua vita sopra accennati; ma accettata e sancita attraverso
l'assunzione nell'opera del grande pontefice. Equizio fu sepolto nel suo
monastero, nell’attuale cripta che si trova nella chiesa parrocchiale di San
Lorenzo in Marruci. Sappiamo che il monastero subì una distruzione da parte dei
longobardi poco dopo la morte di Equizio. Questa distruzione non comporto la
profanazione della tomba del santo tanto che negli anni successivi fu oggetto di
adorazione e di pellegrinaggio fino a quando con il passare delle generazioni
quel Ricordo sbiadì sino a scomparire. Dovettero passare nove secoli perché il
mondo si ricordasse di Equizio, precisamente quando nel 1461 furono ritrovate le
sue spoglie nella chiesa di San Lorenzo in Marruci e traslate nella chiesa di
san Lorenzo in L’aquila, oggi chiesa della Laurentina. In quel periodo il
Ricordo del santo fù vivo e grande tanto che la città lo nominò suo secondo
patrono del <<quarto di San Pietro a Popleto>>, e, successivamente,
compatrono della città, che lo volle effigiato nel suo stendardo ufficiale
insieme ai Santi Massimo, Celestino e Bernardino. Da quanto si è detto,
scaturisce, indiscutibilmente, che Equizio operò nell’amiternino e proprio
nell’agro di Amiternum aveva il centro irradiante del suo movimento monastico.
Nel 1703 la distruzione della chiesa da parte del terremoto comportò nel 1785
la trslazione delle spoglie nella chiesa di S. Margherita della Forcella (Padri
Gesuiti) dove tuttora si trova situato in un sarcofago di marmo in una delle
cappelle laterali che porta il suo nome. Il culto di Equizio si è inurbato
attraverso la traslazione delle relique del santo.
L'appropriazione delle reliquie di Equizio da parte della città
dell'Aquila, con la conseguente assunzione del Santo in un olimpo cittadino e la istituzione di un culto urbano,
appare indebita: rispetto alla modalità della vita , alla realtà in cui era
vissuto, al passaggio in cui lo troviamo collocato nelle straordinarie pagine
dei Dialogi di Gregorio Magno, scritti alla fine del VI secolo, quando era
ancora vivo il ricordo del santo, trasmesso al pontefice da testimoni diretti.
Possiamo concludere, questa breve trattazione
ricordando che in Amiternum per opera del santo uomo Equizio che operò in
Marruci, rimane un immenso vanto:
di aver impresso al monachesimo occidentale un’orma ed uno slancio che preparò
la via al movimento di Benedetto da Norcia.
Se Benedetto segnerà il meriggio radioso del monachesimo occidentale,
Equizio lo aveva carismaticamente annunziato, quale nitida aurora, rosea e
promettente.
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Sant'
Equizio
11
Agosto
Enciclopedia
dei Santi e Beati
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Sant'Equizio nacque nel 480-490
nella provincia Valeria (L'Aquila-Rieti-Tivoli). Non si
hanno grandi notizie della sua vita. L'unico che ne parla
è S. Gregorio Magno nei suoi dialoghi (I,4 in PL , LXXVII,
coll. 165-77). Fu monaco e con S. Benedetto da Norcia può
ritenersi il padre e il diffusore del monachesimo in
Italia e in Occidente. S. Equizio non ricevtte mai gli
ordini sacri. S. Gregorio afferma che S. Equizio per la
sua santità popolò l'intera provincia Valeria di monaci.
Sono riferiti a lui fatti starordinari come la liberazione
da tentazioni per opera di un angelo e lo smascheramento
profetico di un certo Basilio mago.
Secondo antiche testimonianze i monaci di S. Equizio
diedero due Pontefici alla Chiesa e numerosi vescovi e
cardinali.
Il santo morì nel suo monastero di S. Lorenzo di Pizzoli.
Dopo la sua morte il suo ordine venne assorbito da quello
benedettino con cui aveva tanta affinità. La festa si
celebra il 11 agosto e le sue spoglie riposano nella
Chiesa di S. Margherita all'Aquila, ora dei PP. Gesuiti.
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Il monachesimo
Nei primi tempi del monachesimo nei Paesi dell'Europa occidentale i monaci
erano organizzati in tanti gruppi autonomi, ispirandosi a norme di vita
monastica diverse, come quella orientali di S. Basilio e di S. Atanasia. E in
particolare nell'area abruzzese il monachesimo risulta diffuso largamente
intorno alla meta del VI secolo ad opera di S. Equizio amiternino, multorum
monasteriorum pater (S. Grecorio op. tit. n. 7 bis, a),. Anzi, possiamo
affermare, con una punta di orgoglio, che agli inizi della sua esperienza
monastica S. Gregorio si avvalse della collaborazione diretta di monaci
probabilmente aquilani, e comunque abruzzesi), nominando uno di essi,
Valenzio, primo abate
E qui vorrei ora esternare un pensiero (un sogno!) molto personale, che mi
frulla nella mente da quando ho letto lo studio di padre G. M.ARINANGELI su
Equizio amiternino e il suo movimento monastico (op. tit. n. 94).
Egli scrive (p. 300) che nella provincia di Valeria "la presenza del
movimento monastico, storicamente attestata" c'era gia tra il V e il VI
secolo, ma che il movimento si è sviluppato molto nei decenni successivi per
opera di S. Equizio di Amiterno, che "aveva seminato monasteri per la
Sabina e la Valeria" (ibidem, p. 326). Inoltre sappiamo che intorno al
Fucino certamente c'erano all'epoca molti monasteri, le cui rovine erano
visibili nel X secolo: super lacum Fucinum... ruinae urbis [di Marsia] et
plurimarum circa ecclesiarum ac mouasteriorum frequentia attestatur (M.G.H.,
Scrip-torum, t. IV, p. 4731).
Ora tutto cio mi induce a pensare che era diffusa la fama del Santo
monaco Equizio e la sua opera in piena fioritura, anche nel-l'area del Fucino.
Sandro D'Amato "VALERIA" oggi San Benedetto dei Marsi città
natale del Papa San BonifacioIV
" estratto dal BULLETTINO DELLA DEPUTAZIONE ABRUZZESE DI STORIA PATRIA
ANNATA LXXIX (1989)si ringrazia la Presidenza della Deputazione Abruzzese di
Storia Patria
per aver permesso la pubblicazione del presente "estratto" dal
BULLETTINO
MARIA ASSUNTA
15
Agosto
Assunzione
della Beata Vergine Maria
15
agosto - Solennità
L'Immacolata
Vergine, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua
vita, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata
quale regina dell'universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio
suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte'. (Conc. Vat.
II, 'Lumen gentium', 59). L'Assunta è primizia della Chiesa celeste e segno di
consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. La 'dormitio
Virginis' e l'assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche
feste mariane. Questa antica testimonianza liturgica fu esplicitata e
solennemente proclamata con la definizione dommatica di Pio XII nel 1950.
Maria compare per l'ultima volta negli scritti del Nuovo Testamento nel primo
capitolo degli Atti: Ella è in mezzo agli apostoli, in orazione nel cenacolo,
in attesa della discesa dello Spirito Santo. Alla concisione dei testi ispirati,
fa riscontro l'abbondanza di notizie sulla Madonna negli scritti apocrifi,
soprattutto il Protovangelo di Giacomo e la Narrazione di S. Giovanni il teologo
sulla dormizione della santa Madre di Dio. Il termine "dormizione" è
il più antico che si riferisca alla conclusione della vita terrena di Maria.
Questa celebrazione venne decretata per l'Oriente nel VII secolo con un decreto
dell'imperatore bizantino Maurizio. Nello stesso secolo la festa della
Dormizione viene introdotta anche a Roma da un papa orientale, Sergio I. Ma
trascorse un altro secolo prima che il termine "dormizione" cedesse il
posto a quello più esplicito di "assunzione".
La definizione dogmatica, pronunciata da Pio XII nel 1950, dichiarando che Maria
non dovette attendere, al pari delle altre creature, la fine dei tempi per
fruire anche della redenzione corporea, ha voluto mettere in rilievo il
carattere unico della sua santificazione personale, poiché il peccato non ha
mai offuscato, neppure per un solo istante, la limpidezza della sua anima.
L'unione definitiva, spirituale e corporea, dell'uomo con il Cristo glorioso, è
la fase finale ed eterna della redenzione. Così i beati, che già godono della
visione beatifica, sono in certo senso in attesa del compimento della
redenzione, che in Maria era già avvenuta con la singolare grazia della
preservazione dal peccato. Alla
luce di questa dottrina, che ha il suo fondamento nella Sacra Scrittura, nel
cosiddetto "Protoevangelo", contenente il primo annunzio della
salvezza messianica dato da Dio ai nostri progenitori dopo la colpa, Maria viene
presentata come nuova Eva, strettamente
unita al nuovo Adamo, Gesù. Gesù e Maria sono infatti associati nel dolore e
nell'amore per riparare la colpa dei nostri progenitori. Maria è dunque non
solo madre del Redentore, ma anche sua cooperatrice, a lui strettamente unita
nella lotta e nella decisiva vittoria. Quest'intima unione richiede che anche
Maria trionfi, al pari di Gesù, non soltanto sul peccato, ma anche sulla morte,
i due nemici del genere umano. E come la redenzione di Cristo ha la sua
conclusione con la risurrezione del corpo, anche la vittoria di Maria sul
peccato, con la Immacolata Concezione, doveva essere completa con la vittoria
sulla morte mediante la glorificazione del corpo, con l'assunzione, poiché la
pienezza della salvezza cristiana è la partecipazione del corpo alla gloria
celeste.
SAN SILVESTRO
San
Silvestro I
Papa
31
dicembre - Memoria Facoltativa
Silvestro, vissuto nell'epoca di passaggio fra
le ultime persecuzioni e l'era della pace inaugurata dall'imperatore Costantino,
fu per vent'anni vescovo di Roma (314-335). Sotto il suo pontificato si celebrò
il grande concilio ecumenico di Nicea (325), che proclamò contro l'eresia
Ariana la fede nella divinità di Cristo, Verbo consustanziale al Padre.
Organizzatore della vita ecclesiastica romana, promosse la costruzione delle
prime grandi basiliche.
Etimologia:
Silvestro = abitatore delle selve, uomo dei boschi, selvaggio, dal latino
Il
lungo pontificato di S. Silvestro (dal 314 al 335) scorse parallelo al governo
dell'imperatore Costantino, in un'epoca molto importante per la Chiesa appena
uscita dalla clandestinità e dalle persecuzioni. Fu in quel periodo che si formò
un'organizzazione ecclesiastica che sarebbe durata per diversi secoli. In
quest'opera un posto considerevole ebbe Costantino. Questi infatti, erede della
grande tradizione imperiale romana, si considerava il legittimo rappresentante
della divinità (non rinunciò mai a fregiarsi del titolo pagano di "pontifex
maximus"), e quindi anche del Dio dei cristiani, e perciò incaricato di
controllare la Chiesa al pari di ogni altra organizzazione religiosa.
Fu lui perciò, e non papa Silvestro, a convocare nel 314 un sinodo per sanare
uno scisma scoppiato in Africa, e fu ancora lui a indire nel 325 il primo
concilio ecumenico della storia, a Nicea, in Bitinia, sede estiva
dell'imperatore. Silvestro, non potendovi intervenire "a motivo della sua
tarda età", inviò come suoi rappresentanti all'importante consesso il
vescovo Osio di Cordova e due presbiteri.
Così
facendo, Costantino avviava un metodo d'intromissione del potere civile nelle
questioni ecclesiastiche che non sarebbe stato senza nefaste conseguenze. Ma per
allora le conseguenze non furono che positive, anche per la buona armonia che
regnava tra papa Silvestro e Costantino. Questi infatti non lesinò le sue
approvazioni e i suoi appoggi anche finanziari per la vasta opera di costruzione
di edifici ecclesiastici, che caratterizzò il pontificato di S. Silvestro.
In
particolare fu proprio Costantino che in qualità di "pontifex maximus"
poté autorizzare e consentire il "sacrilegium" di costruire una
grande basilica in onore di S. Pietro sul colle Vaticano, dopo aver parzialmente
distrutto o ricoperto di terra un cimitero pagano, riportato alla luce dagli
scavi avviati per disposizione di Pio XII nel 1939. Fu ancora la collaborazione
tra papa Silvestro e Costantino a consentire la costruzione delle altre due
importanti basiliche romane, quella in onore di S. Paolo sulla via Ostiense e
soprattutto quella in onore di S. Giovanni.
Costantino
anzi volle persino testimoniare la sua simpatia verso papa Silvestro donandogli
il suo stesso palazzo Lateranense che fu d'allora e per diversi secoli la dimora
dei papi. Non gli diede tuttavia, contrariamente a quanto afferma il
Martirologio Romano, la soddisfazione di amministrargli il battesimo (che
Costantino ricevette solo in punto di morte). S. Silvestro morì nel 335. La
Depositio episcoporum del 354 data al 31 dicembre la sua sepoltura nel cimitero
di Priscilla sulla via Salaria.
SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA
San
Gabriele dell'Addolorata
Religioso
27
febbraio - Comune
Assisi,
10 marzo 1838 - Isola del Gran Sasso, 27 febbraio 1862
Studiò presso i
Fratelli delle scuole Cristiane e i Gesuiti. A 15 anni ebbe come padre
spirituale un eremita di Cesi e tre anni dopo, entrò nei Passionisti . A causa
della sua morte precoce ricevette solo gli Ordini minori. La sua ricchezza
interiore, che poco trapelava all’esterno, si intravede dai pochi scritti
rimasti. Tratti distintivi di Gabriele che servono d’esempio, furono la fedeltà
assoluta alla Regola, lo spirito di orazione e di penitenza, la speciale
devozione che ebbe a Maria SS. Addolorata.
Etimologia: Gabriele (come
Gabrio e Gabriella) = uomo di Dio, dall'assiro o forza, fortezza di Dio,
dall'ebraico.
Battezzato con il nome di Francesco
dai genitori, Sante Possenti e Agnese Frisciotti, Gabriele dell'Addolorata
nacque il 1° marzo 1839. A motivo dei frequenti spostamenti del padre,
governatore dello Stato Pontificio, Francesco poté risiedere a lungo a Spoleto
solo dal 1841 al 1856; qui frequentò prima l'Istituto dei Fratelli delle Scuole
Cristiane e poi il Collegio dei Gesuiti. per gli studi superiori, dove arricchì
la sua educazione cristiana, già trasmessa con sollecitudine in famiglia.
A diciotto anni, salutò il padre e i fratelli (la madre era morta quando
Francesco aveva quattro anni) e partì per Morrovalle (Mc) per seguire il
noviziato presso i Padri Passionisti: qui scelse il nome di Gabriele
dell'Addolorata. Tuttavia la vocazione che il santo sentì già nell'adolescenza
non si poté compiere: Gabriele morì prematuramente a soli 24 anni, il 27
febbraio 1862, a Isola del Gran Sasso (Te), ricevendo solo gli ordini minori.
Il santuario che ne accolse la salma riceve da allora migliaia di pellegrini
ogni anno. Il 13 maggio 1920 fu annoverato tra i santi da papa Benedetto XV e
successivamente fu eletto a compatrono dell'Azione Cattolica; nel 1959 Gabriele
dell'Addolorata fu dichiarato patrono principale dell'Abruzzo.
Gli Atti del processo di
beatificazione lumeggiano con precisione le caratteristiche della sua santità,
fatta di fedeltà incondizionata alla Regola e alla memoria della Passione del
Signore, di completo dono di sé senza riserve, di spirito di orazione e
penitenza, di particolarissima devozione a Maria Santissima Addolorata. Ai
nostri giorni la figura del "santo del sorriso", caratterizzata da una
genuina pietà cristiana, sta conquistando il cuore di molti giovani.
UN
SANTO EREMITA
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San Celestino V
- Pietro di Morrone
Eremita e Papa
19 maggio - Comune
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Isernia, 1215 -
Rovva di Fumone (Frosinone), 19 maggio 1296
Pietro da Morrone, sacerdote,
condusse vita eremitica. Diede vita all’Ordine dei “Fratelli dello
Spirito Santo” (denominati poi “Celestini “), approvato da Urbano
IV, e fondò vari eremi. Eletto papa quasi ottantenne, dopo due anni di
conclave, prese il nome di Celestino V e, uomo santo e pio, si trovò di
fronte ad interessi politici ed economici e a ingerenze anche di Carlo
d’Angiò. Accortosi delle manovre legate alla sua persona, rinunziò
alla carica, morendo poco dopo in isolamento coatto nel castello di
Fumone. Giudicato severamente da Dante come “ colui che per viltade
fece il gran rifiuto “, oggi si parla di lui come di un uomo di
straordinaria fede e forza d’animo, esempio eroico di umiltà e di
buon senso.
Patronato:Isernia
Etimologia:
Celestino = venuto dal cielo, dal latino
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E’ meglio smettere di compatirlo come un caro
sempliciotto, vittima di cose “più grandi di lui”. Piuttosto,
quelle “cose” che lo circondano – re, cardinali, intrighi – sono
piccole e scadenti di fronte a questo Pietro d’Angelerio, molisano,
papa per pochi mesi. Nato da campagnoli con molti figli, ha poi studiato
dai Benedettini di Faifoli (Benevento) e più tardi va a Roma, dove
riceve il sacerdozio nel 1239, con l’autorizzazione alla vita
eremitica, che intraprende sul Monte Morrone, dominante la conca di
Sulmona.
Ma tra quei dirupi la sua fama chiama altri solitari, che lui organizza
in comunità come “Eremiti di San Damiano” (detti poi
“Celestini” e durati fino al 1807). Nel 1273, poi, va al Concilio di
Lione: e lì, trattando personalmente con papa Gregorio X, ottiene
l’approvazione per la sua comunità. Sa spiegarsi e convincere, a
tutti i livelli.
Morto nell’aprile 1292 papa Nicolò IV, i superstiti 12 cardinali
riuniti a Perugia litigano due anni senza accordarsi per la successione,
finché ricevono una lettera di durissimi rimproveri, con l’invito a
dare subito alla Chiesa un capo degno. La lettera è di Pietro da
Morrone, e allora i cardinali fanno Papa lui, eletto il 5 luglio 1294
col nome di Celestino V. Ma dietro l’iniziativa della lettera c’è
un tipo di dubbia spiritualità: Carlo II d’Angiò, re di Napoli, che
conta su un Papa accomodante per togliere la Sicilia agli Aragonesi.
Infatti, eccolo gestire Celestino V a modo suo: il settantanovenne
Pontefice accetta d’essere incoronato all’Aquila (territorio di
Carlo II), di nominare 12 cardinali in gran parte francesi, e di
risiedere a Napoli invece che a Roma. Prelati vecchi e nuovi continuano
a far politica come prima; alcuni Celestini esagerano con le pretese,
coprendosi con l’autorità papale...
Ma questo “semplice”, vacillante per l’età, capisce presto. Si
scopre impotente, ingannato, usato. Riflette, interroga, si interroga...
E decide, respingendo suppliche e intimazioni: il 13 dicembre ecco la
rinuncia al pontificato, ecco Celestino che torna Pietro, ecco il
vecchio saio al posto del gran manto. E finisce per ora tutto un giro di
inganni e ipocrisie laiche ed ecclesiastiche, con questo “gran
rifiuto” che Dante attribuirà a “viltade” (se è poi vero che il
verso famoso si riferisse a lui). Ma per il protestante Gregorovius
"in quel momento egli apparve in tutta la sua vera grandezza".
Vorrebbe tornare al suo eremo, come gli ha promesso il successore
Bonifacio VIII. Ma costui sporca il proprio nome facendo di lui un
prigioniero in varie reclusioni, fino all’ultima di Fumone, presso
Anagni, dove morirà. Rapidamente, come per un bisogno di riparazione,
la Chiesa proclamerà santo Papa Celestino già nel 1313. E il suo
corpo, dopo vari trasferimenti, avrà riposo definitivo nella chiesa di
Santa Maria di Collemaggio, all’Aquila, dov’era stato incoronato.
Autore: Domenico Agasso
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MADONNA DELLA NEVE
6
Agosto

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