I SANTI VENERATI A MARRUCI

San Lorenzo Martire 10 Agosto

San Lorenzo Diacono e martire 10 agosto - Festa

Martire a Roma, 10 agosto 258

Fu il primo diacono di Roma, con il compito di distribuire ai poveri quanto raccolto fra cristiane della città. La tradizione ci tramanda le vicende legate alla sua morte, di come abbia incontrato Papa Sisto II condotto al martirio, di come abbia rifiutato di consegnare i "tesori" della Chiesa a lui affidati e di come abbia subito il supplizio della graticola, che è divenuto il suo motivo iconografico peculiare unto in realtà, sulla base della rescritto che Valeriano mandò in senato e che ordinava l'esecuzione dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi mediante decapitazione, è quasi certo che Lorenzo sia stato un martirizzato il 10 agosto come il suo vescovo, che secondo S. Damaso, venne decapitato in un cimitero insieme a sei diaconi.

Patronato:Diaconi, Cuochi, Pompieri

Etimologia: Lorenzo = nativo di Laurento, dal latino

Emblema: Graticola, Palma

Forse da ragazzo ha visto le grandiose feste per i mille anni della città di Roma, celebrate nel 237-38, regnando l’imperatore Filippo detto l’Arabo, perché figlio di un notabile della regione siriana. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e ucciso da Decio, duro persecutore dei cristiani, che muore in guerra nel 251. L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e dall’aggressività persiana. Contro i persiani combatte anche l’imperatore Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà in prigionia nel 260. Ma già nel 257 ha ordinato una persecuzione anticristiana. 

Ed è qui che incontriamo Lorenzo, della cui vita si sa pochissimo. E’ noto soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.

Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258. Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori della Chiesa”.

Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".
Allora viene messo a morte. E un’antica “passione”, raccolta da sant’Ambrogio, precisa: "Bruciato sopra una graticola": un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa tradizione. Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.
 

SANT'ANTONIO ABATE    

17 gennaio  

Sant' Antonio Abate  17 gennaio - Memoria

Alto Egitto, c. 250 – 356

Si sentì chiamato a seguire il Signore nel deserto udendo nella liturgia il Vangelo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri” (Mt 19, 21); “Non affannatevi per il domani” (Mt 6, 34). Il suo esempio ebbe vasta risonanza e fu segnalato a tutta la Chiesa da sant’Atanasio. E’considerato il padre di tutti i monaci e di ogni forma di vita religiosa. Sensibile ai problemi del suo tempo, collaborò per il bene comune con i responsabili della vita ecclesastica e civile.

Patronato:Eremiti, Monaci, Canestrai

Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco

Emblema: Bastone, pastorale, Maiale, Campana, Croce a T

Del monaco più illustre della Chiesa antica, morto ultra centenario (250-356), ci è pervenuto uno dei più begli esempi di biografia. Ne è autore S. Atanasio, che di Antonio era amico e zelante discepolo. Il biografo non ha trascurato alcun particolare che potesse illuminare sulla personalità, le abitudini, il carattere, le opere e il pensiero del caposcuola del monachesimo. Nato a Come nel cuore dell'Egitto, a vent'anni Antonio aveva abbandonato ogni cosa per seguire alla lettera il consiglio di Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai...". Si rifugiò dapprima in una plaga deserta e inospitale tra antiche tombe abbandonate e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse per ottant'anni vita di anacoreta. L'esperienza del "deserto", in senso reale o figurato, è ormai un metodo di vita ascetica, fatto di austerità, di sacrificio e di estrema solitudine: S. Antonio, se non l'iniziatore, ne fu l'esempio più insigne e stimolante. Infatti, pur non avendo redatto alcuna regola di vita monastica o aver incoraggiato altri a seguirlo nel deserto, Antonio esercitò un grande influsso dapprima tra i suoi conterranei, e poi in tutta la Chiesa.
Il richiamo della sua straordinaria avventura spirituale, pur in assenza dei mass media e delle rapide comunicazioni moderne, si propagò a tal punto che da tutto l'Oriente monaci, pellegrini, sacerdoti, vescovi, e anche infermi e bisognosi, accorrevano a lui per ricevere consigli o conforto. Lo stesso Costantino e i suoi figli si mantennero in contatto con il santo anacoreta. Pur prediligendo la solitudine e il silenzio, Antonio non si sottrasse ai suoi obblighi di cristiano impegnato a riversare sugli altri i doni con cui Dio aveva ricolmato la sua anima: due volte egli lasciò il suo eremitaggio per recarsi ad Alessandria, sapendo che la sua presenza avrebbe infuso coraggio ai cristiani perseguitati da Massimino Daia. La seconda volta vi si recò dietro invito di S. Atanasio, per esortare i cristiani a mantenersi fedeli alla dottrina sancita nel concilio di Nicea (325).
Non è possibile parlare di questo illuminato "contestatore" senza accennare alle tentazioni che turbarono la sua solitudine nel deserto e che fornirono a pittori come Domenico Morelli il pretesto per ritrarlo tra donne procaci: S. Antonio fu infatti bersaglio di molteplici tentazioni del maligno che gli appariva sotto sembianze angeliche, umane e bestiali. Questo santo umanissimo, pur nell'austera immagine dell'anacoreta, è veneratissimo come protettore degli animali domestici, umile ruolo che lo rende tuttora popolare ed amato.

SANT' EQUIZIO ABATE

Conviene premettere che Equizio, per aver meritato l’alta considerazione di Gregario Magno, l’estimazione dei vescovi Castorio di Amiternum e Albino di Reate, la venerazione degli abati Fortunato e Valentino, l’ammirazione del defensor Ecclesiae’ Giuliano, del senatore nursino Felice e suo figlio Catorio, del nobile romano Basilio, la considerazione dello stesso Pontefice romano, ma soprattutto, per essere stato a capo di molti monasteri di uomini e anche di vergini, dovette essere, effettivamente, uomo eminente per virtù e saggezza. Il trionfo d’un monachesimo italico spetta dunque  a due uomini sabini: ad EQUIZIO di Amiternum e a BENEDETTO di Nursia. Dal passo gregoriano è chiara la presenza di due monasteri, uno maschile e uno femminile, ambedue fondati per cura di Equizio e ubicati, come si è visto, nelle vicinanze di Amiternum. Nelle straordinarie pagine dei dialogi di Gregorio Magno, scritti alla fine del VI secolo, quando ancora era vivo il ricordo del santo, trasmesso al pontefice da TESTIMONI DIRETTI E VERITIERI,  quando si narra di Equizio nel cap. 4 del libro I, si parla di molti monasteri, a insediamento sparso e non localizzati con precisione, posti sotto la guida di un santo uomo, Equizio appunto. Equizio, abate, coordinatore di monasteri, maestro di vita, ispiratore di regole monastiche, è soprattutto colui che taglia il fieno nella valle sotto il monastero e non si distoglie dal lavoro neanche di fronte a un richiamo dell'autorità ecclesiastica; colui che va predicando a cavallo di una giumenta, su una sella di pelli, vestito rozzamente, con i sacri codici racchiusi  in due sacche. E ancora, testimonianza inequivocabile della dimensione rurale della santità di Equizio, il miracolo delle sue reliquie nell'oratorio di San Lorenzo in Marruci: il frumento deposto sopra il sepolcro  da un contadino viene scagliato in aria da una bufera. Una forma di irriverenza punita attraverso una manifestazione della virtus delle reliquie, nella narrazione dei Dialoghi, ma forse piuttosto la testimonianza di una diversa concessione e di una diversa fruizione della sacralità, più legata alla quotidianità stessa del lavoro che a forme eclesiasticamente definite; e dunque anche testimonianza  di dislivelli socio-culturali  interni a quella realtà rurale protagonista di tanta parte degli episodi narrati dal pontefice. Equizio rappresenta dunque una forma di vita religiosa, anzi di santità certamente nuova rispetto ai modelli agiografici e per questo anche sospetta , come provano  gli episodi della sua vita sopra accennati; ma accettata e sancita attraverso l'assunzione nell'opera del grande pontefice. Equizio fu sepolto nel suo monastero, nell’attuale cripta che si trova nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo in Marruci. Sappiamo che il monastero subì una distruzione da parte dei longobardi poco dopo la morte di Equizio. Questa distruzione non comporto la profanazione della tomba del santo tanto che negli anni successivi fu oggetto di adorazione e di pellegrinaggio fino a quando con il passare delle generazioni quel Ricordo sbiadì sino a scomparire. Dovettero passare nove secoli perché il mondo si ricordasse di Equizio, precisamente quando nel 1461 furono ritrovate le sue spoglie nella chiesa di San Lorenzo in Marruci e traslate nella chiesa di san Lorenzo in L’aquila, oggi chiesa della Laurentina. In quel periodo il Ricordo del santo fù vivo e grande tanto che la città lo nominò suo secondo patrono del <<quarto di San Pietro a Popleto>>, e, successivamente, compatrono della città, che lo volle effigiato nel suo stendardo ufficiale insieme ai Santi Massimo, Celestino e Bernardino. Da quanto si è detto, scaturisce, indiscutibilmente, che Equizio operò nell’amiternino e proprio nell’agro di Amiternum aveva il centro irradiante del suo movimento monastico. Nel 1703 la distruzione della chiesa da parte del terremoto comportò nel 1785 la trslazione delle spoglie nella chiesa di S. Margherita della Forcella (Padri Gesuiti) dove tuttora si trova situato in un sarcofago di marmo in una delle cappelle laterali che porta il suo nome. Il culto di Equizio si è inurbato attraverso la traslazione delle relique del santo.  L'appropriazione delle reliquie di Equizio da parte della città dell'Aquila, con la conseguente assunzione del Santo  in un olimpo cittadino e la istituzione di un culto urbano, appare indebita: rispetto alla modalità della vita , alla realtà in cui era vissuto, al passaggio in cui lo troviamo collocato nelle straordinarie pagine dei Dialogi di Gregorio Magno, scritti alla fine del VI secolo, quando era ancora vivo il ricordo del santo, trasmesso al pontefice da testimoni diretti. Possiamo concludere, questa breve trattazione ricordando che in Amiternum per opera del santo uomo Equizio che operò in Marruci,  rimane un immenso vanto: di aver impresso al monachesimo occidentale un’orma ed uno slancio che preparò la via al movimento di Benedetto da Norcia.  Se Benedetto segnerà il meriggio radioso del monachesimo occidentale, Equizio lo aveva carismaticamente annunziato, quale nitida aurora, rosea e promettente.

 

Sant' Equizio

11 Agosto

Enciclopedia dei Santi e Beati

Sant'Equizio nacque nel 480-490 nella provincia Valeria (L'Aquila-Rieti-Tivoli). Non si hanno grandi notizie della sua vita. L'unico che ne parla è S. Gregorio Magno nei suoi dialoghi (I,4 in PL , LXXVII, coll. 165-77). Fu monaco e con S. Benedetto da Norcia può ritenersi il padre e il diffusore del monachesimo in Italia e in Occidente. S. Equizio non ricevtte mai gli ordini sacri. S. Gregorio afferma che S. Equizio per la sua santità popolò l'intera provincia Valeria di monaci. Sono riferiti a lui fatti starordinari come la liberazione da tentazioni per opera di un angelo e lo smascheramento profetico di un certo Basilio mago.
Secondo antiche testimonianze i monaci di S. Equizio diedero due Pontefici alla Chiesa e numerosi vescovi e cardinali.
Il santo morì nel suo monastero di S. Lorenzo di Pizzoli. Dopo la sua morte il suo ordine venne assorbito da quello benedettino con cui aveva tanta affinità. La festa si celebra il 11 agosto e le sue spoglie riposano nella Chiesa di S. Margherita all'Aquila, ora dei PP. Gesuiti.

Il monachesimo

Nei primi tempi del monachesimo nei Paesi dell'Europa occidentale i monaci erano organizzati in tanti gruppi autonomi, ispirandosi a norme di vita monastica diverse, come quella orientali di S. Basilio e di S. Atanasia. E in particolare nell'area abruzzese il monachesimo risulta diffuso largamente intorno alla meta del VI secolo ad opera di S. Equizio amiternino, multorum monasteriorum pater (S. Grecorio op. tit. n. 7 bis, a),. Anzi, possiamo affermare, con una punta di orgoglio, che agli inizi della sua esperienza monastica S. Gregorio si avvalse della collaborazione diretta di monaci probabilmente aquilani, e comunque abruzzesi), nominando uno di essi, Valenzio, primo abate
E qui vorrei ora esternare un pensiero (un sogno!) molto personale, che mi frulla nella mente da quando ho letto lo studio di padre G. M.ARINANGELI su Equizio amiternino e il suo movimento monastico (op. tit. n. 94).
Egli scrive (p. 300) che nella provincia di Valeria "la presenza del movimento monastico, storicamente attestata" c'era gia tra il V e il VI secolo, ma che il movimento si è sviluppato molto nei decenni successivi per opera di S. Equizio di Amiterno, che "aveva seminato monasteri per la Sabina e la Valeria" (ibidem, p. 326). Inoltre sappiamo che intorno al Fucino certamente c'erano all'epoca molti monasteri, le cui rovine erano visibili nel X secolo: super lacum Fucinum... ruinae urbis [di Marsia] et plurimarum circa ecclesiarum ac mouasteriorum frequentia attestatur (M.G.H., Scrip-torum, t. IV, p. 4731).
Ora tutto cio mi induce a pensare che  era diffusa la fama del Santo monaco Equizio e la sua opera in piena fioritura, anche nel-l'area del Fucino.

Sandro D'Amato "VALERIA" oggi San Benedetto dei Marsi città natale del Papa San BonifacioIV
" estratto dal BULLETTINO DELLA DEPUTAZIONE ABRUZZESE DI STORIA PATRIA
ANNATA LXXIX (1989)si ringrazia la Presidenza della Deputazione Abruzzese di Storia Patria
per aver permesso la pubblicazione del presente "estratto" dal BULLETTINO

MARIA ASSUNTA 15 Agosto

 

Assunzione della Beata Vergine Maria 15 agosto - Solennità

L'Immacolata Vergine, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell'universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte'. (Conc. Vat. II, 'Lumen gentium', 59). L'Assunta è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. La 'dormitio Virginis' e l'assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Questa antica testimonianza liturgica fu esplicitata e solennemente proclamata con la definizione dommatica di Pio XII nel 1950.
Maria compare per l'ultima volta negli scritti del Nuovo Testamento nel primo capitolo degli Atti: Ella è in mezzo agli apostoli, in orazione nel cenacolo, in attesa della discesa dello Spirito Santo. Alla concisione dei testi ispirati, fa riscontro l'abbondanza di notizie sulla Madonna negli scritti apocrifi, soprattutto il Protovangelo di Giacomo e la Narrazione di S. Giovanni il teologo sulla dormizione della santa Madre di Dio. Il termine "dormizione" è il più antico che si riferisca alla conclusione della vita terrena di Maria. Questa celebrazione venne decretata per l'Oriente nel VII secolo con un decreto dell'imperatore bizantino Maurizio. Nello stesso secolo la festa della Dormizione viene introdotta anche a Roma da un papa orientale, Sergio I. Ma trascorse un altro secolo prima che il termine "dormizione" cedesse il posto a quello più esplicito di "assunzione".
La definizione dogmatica, pronunciata da Pio XII nel 1950, dichiarando che Maria non dovette attendere, al pari delle altre creature, la fine dei tempi per fruire anche della redenzione corporea, ha voluto mettere in rilievo il carattere unico della sua santificazione personale, poiché il peccato non ha mai offuscato, neppure per un solo istante, la limpidezza della sua anima. L'unione definitiva, spirituale e corporea, dell'uomo con il Cristo glorioso, è la fase finale ed eterna della redenzione. Così i beati, che già godono della visione beatifica, sono in certo senso in attesa del compimento della redenzione, che in Maria era già avvenuta con la singolare grazia della preservazione dal peccato.
Alla luce di questa dottrina, che ha il suo fondamento nella Sacra Scrittura, nel cosiddetto "Protoevangelo", contenente il primo annunzio della salvezza messianica dato da Dio ai nostri progenitori dopo la colpa, Maria viene presentata come nuova Eva, strettamente unita al nuovo Adamo, Gesù. Gesù e Maria sono infatti associati nel dolore e nell'amore per riparare la colpa dei nostri progenitori. Maria è dunque non solo madre del Redentore, ma anche sua cooperatrice, a lui strettamente unita nella lotta e nella decisiva vittoria. Quest'intima unione richiede che anche Maria trionfi, al pari di Gesù, non soltanto sul peccato, ma anche sulla morte, i due nemici del genere umano. E come la redenzione di Cristo ha la sua conclusione con la risurrezione del corpo, anche la vittoria di Maria sul peccato, con la Immacolata Concezione, doveva essere completa con la vittoria sulla morte mediante la glorificazione del corpo, con l'assunzione, poiché la pienezza della salvezza cristiana è la partecipazione del corpo alla gloria celeste.

SAN SILVESTRO

San Silvestro I Papa     31 dicembre - Memoria Facoltativa

  Silvestro, vissuto nell'epoca di passaggio fra le ultime persecuzioni e l'era della pace inaugurata dall'imperatore Costantino, fu per vent'anni vescovo di Roma (314-335). Sotto il suo pontificato si celebrò il grande concilio ecumenico di Nicea (325), che proclamò contro l'eresia Ariana la fede nella divinità di Cristo, Verbo consustanziale al Padre. Organizzatore della vita ecclesiastica romana, promosse la costruzione delle prime grandi basiliche.

Etimologia: Silvestro = abitatore delle selve, uomo dei boschi, selvaggio, dal latino

Il lungo pontificato di S. Silvestro (dal 314 al 335) scorse parallelo al governo dell'imperatore Costantino, in un'epoca molto importante per la Chiesa appena uscita dalla clandestinità e dalle persecuzioni. Fu in quel periodo che si formò un'organizzazione ecclesiastica che sarebbe durata per diversi secoli. In quest'opera un posto considerevole ebbe Costantino. Questi infatti, erede della grande tradizione imperiale romana, si considerava il legittimo rappresentante della divinità (non rinunciò mai a fregiarsi del titolo pagano di "pontifex maximus"), e quindi anche del Dio dei cristiani, e perciò incaricato di controllare la Chiesa al pari di ogni altra organizzazione religiosa.
Fu lui perciò, e non papa Silvestro, a convocare nel 314 un sinodo per sanare uno scisma scoppiato in Africa, e fu ancora lui a indire nel 325 il primo concilio ecumenico della storia, a Nicea, in Bitinia, sede estiva dell'imperatore. Silvestro, non potendovi intervenire "a motivo della sua tarda età", inviò come suoi rappresentanti all'importante consesso il vescovo Osio di Cordova e due presbiteri.
Così facendo, Costantino avviava un metodo d'intromissione del potere civile nelle questioni ecclesiastiche che non sarebbe stato senza nefaste conseguenze. Ma per allora le conseguenze non furono che positive, anche per la buona armonia che regnava tra papa Silvestro e Costantino. Questi infatti non lesinò le sue approvazioni e i suoi appoggi anche finanziari per la vasta opera di costruzione di edifici ecclesiastici, che caratterizzò il pontificato di S. Silvestro. In particolare fu proprio Costantino che in qualità di "pontifex maximus" poté autorizzare e consentire il "sacrilegium" di costruire una grande basilica in onore di S. Pietro sul colle Vaticano, dopo aver parzialmente distrutto o ricoperto di terra un cimitero pagano, riportato alla luce dagli scavi avviati per disposizione di Pio XII nel 1939. Fu ancora la collaborazione tra papa Silvestro e Costantino a consentire la costruzione delle altre due importanti basiliche romane, quella in onore di S. Paolo sulla via Ostiense e soprattutto quella in onore di S. Giovanni. Costantino anzi volle persino testimoniare la sua simpatia verso papa Silvestro donandogli il suo stesso palazzo Lateranense che fu d'allora e per diversi secoli la dimora dei papi. Non gli diede tuttavia, contrariamente a quanto afferma il Martirologio Romano, la soddisfazione di amministrargli il battesimo (che Costantino ricevette solo in punto di morte). S. Silvestro morì nel 335. La Depositio episcoporum del 354 data al 31 dicembre la sua sepoltura nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria.

SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA  

 

San Gabriele dell'Addolorata  Religioso   27 febbraio - Comune Assisi, 10 marzo 1838 - Isola del Gran Sasso, 27 febbraio 1862

Studiò presso i Fratelli delle scuole Cristiane e i Gesuiti. A 15 anni ebbe come padre spirituale un eremita di Cesi e tre anni dopo, entrò nei Passionisti . A causa della sua morte precoce ricevette solo gli Ordini minori. La sua ricchezza interiore, che poco trapelava all’esterno, si intravede dai pochi scritti rimasti. Tratti distintivi di Gabriele che servono d’esempio, furono la fedeltà assoluta alla Regola, lo spirito di orazione e di penitenza, la speciale devozione che ebbe a Maria SS. Addolorata.

Etimologia: Gabriele (come Gabrio e Gabriella) = uomo di Dio, dall'assiro o forza, fortezza di Dio, dall'ebraico.

Battezzato con il nome di Francesco dai genitori, Sante Possenti e Agnese Frisciotti, Gabriele dell'Addolorata nacque il 1° marzo 1839. A motivo dei frequenti spostamenti del padre, governatore dello Stato Pontificio, Francesco poté risiedere a lungo a Spoleto solo dal 1841 al 1856; qui frequentò prima l'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane e poi il Collegio dei Gesuiti. per gli studi superiori, dove arricchì la sua educazione cristiana, già trasmessa con sollecitudine in famiglia.
A diciotto anni, salutò il padre e i fratelli (la madre era morta quando Francesco aveva quattro anni) e partì per Morrovalle (Mc) per seguire il noviziato presso i Padri Passionisti: qui scelse il nome di Gabriele dell'Addolorata. Tuttavia la vocazione che il santo sentì già nell'adolescenza non si poté compiere: Gabriele morì prematuramente a soli 24 anni, il 27 febbraio 1862, a Isola del Gran Sasso (Te), ricevendo solo gli ordini minori.
Il santuario che ne accolse la salma riceve da allora migliaia di pellegrini ogni anno. Il 13 maggio 1920 fu annoverato tra i santi da papa Benedetto XV e successivamente fu eletto a compatrono dell'Azione Cattolica; nel 1959 Gabriele dell'Addolorata fu dichiarato patrono principale dell'Abruzzo. Gli Atti del processo di beatificazione lumeggiano con precisione le caratteristiche della sua santità, fatta di fedeltà incondizionata alla Regola e alla memoria della Passione del Signore, di completo dono di sé senza riserve, di spirito di orazione e penitenza, di particolarissima devozione a Maria Santissima Addolorata. Ai nostri giorni la figura del "santo del sorriso", caratterizzata da una genuina pietà cristiana, sta conquistando il cuore di molti giovani.  

UN SANTO EREMITA

San Celestino V - Pietro di Morrone Eremita e Papa

19 maggio - Comune

Isernia, 1215 - Rovva di Fumone (Frosinone), 19 maggio 1296

Pietro da Morrone, sacerdote, condusse vita eremitica. Diede vita all’Ordine dei “Fratelli dello Spirito Santo” (denominati poi “Celestini “), approvato da Urbano IV, e fondò vari eremi. Eletto papa quasi ottantenne, dopo due anni di conclave, prese il nome di Celestino V e, uomo santo e pio, si trovò di fronte ad interessi politici ed economici e a ingerenze anche di Carlo d’Angiò. Accortosi delle manovre legate alla sua persona, rinunziò alla carica, morendo poco dopo in isolamento coatto nel castello di Fumone. Giudicato severamente da Dante come “ colui che per viltade fece il gran rifiuto “, oggi si parla di lui come di un uomo di straordinaria fede e forza d’animo, esempio eroico di umiltà e di buon senso.

Patronato:Isernia

Etimologia: Celestino = venuto dal cielo, dal latino

E’ meglio smettere di compatirlo come un caro sempliciotto, vittima di cose “più grandi di lui”. Piuttosto, quelle “cose” che lo circondano – re, cardinali, intrighi – sono piccole e scadenti di fronte a questo Pietro d’Angelerio, molisano, papa per pochi mesi. Nato da campagnoli con molti figli, ha poi studiato dai Benedettini di Faifoli (Benevento) e più tardi va a Roma, dove riceve il sacerdozio nel 1239, con l’autorizzazione alla vita eremitica, che intraprende sul Monte Morrone, dominante la conca di Sulmona.
Ma tra quei dirupi la sua fama chiama altri solitari, che lui organizza in comunità come “Eremiti di San Damiano” (detti poi “Celestini” e durati fino al 1807). Nel 1273, poi, va al Concilio di Lione: e lì, trattando personalmente con papa Gregorio X, ottiene l’approvazione per la sua comunità. Sa spiegarsi e convincere, a tutti i livelli.
Morto nell’aprile 1292 papa Nicolò IV, i superstiti 12 cardinali riuniti a Perugia litigano due anni senza accordarsi per la successione, finché ricevono una lettera di durissimi rimproveri, con l’invito a dare subito alla Chiesa un capo degno. La lettera è di Pietro da Morrone, e allora i cardinali fanno Papa lui, eletto il 5 luglio 1294 col nome di Celestino V. Ma dietro l’iniziativa della lettera c’è un tipo di dubbia spiritualità: Carlo II d’Angiò, re di Napoli, che conta su un Papa accomodante per togliere la Sicilia agli Aragonesi. Infatti, eccolo gestire Celestino V a modo suo: il settantanovenne Pontefice accetta d’essere incoronato all’Aquila (territorio di Carlo II), di nominare 12 cardinali in gran parte francesi, e di risiedere a Napoli invece che a Roma. Prelati vecchi e nuovi continuano a far politica come prima; alcuni Celestini esagerano con le pretese, coprendosi con l’autorità papale...
Ma questo “semplice”, vacillante per l’età, capisce presto. Si scopre impotente, ingannato, usato. Riflette, interroga, si interroga... E decide, respingendo suppliche e intimazioni: il 13 dicembre ecco la rinuncia al pontificato, ecco Celestino che torna Pietro, ecco il vecchio saio al posto del gran manto. E finisce per ora tutto un giro di inganni e ipocrisie laiche ed ecclesiastiche, con questo “gran rifiuto” che Dante attribuirà a “viltade” (se è poi vero che il verso famoso si riferisse a lui). Ma per il protestante Gregorovius "in quel momento egli apparve in tutta la sua vera grandezza". Vorrebbe tornare al suo eremo, come gli ha promesso il successore Bonifacio VIII. Ma costui sporca il proprio nome facendo di lui un prigioniero in varie reclusioni, fino all’ultima di Fumone, presso Anagni, dove morirà. Rapidamente, come per un bisogno di riparazione, la Chiesa proclamerà santo Papa Celestino già nel 1313. E il suo corpo, dopo vari trasferimenti, avrà riposo definitivo nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, all’Aquila, dov’era stato incoronato.


Autore:
Domenico Agasso
Fonte:
Famiglia Cristiana

MADONNA DELLA NEVE 6 Agosto