REALTA' NATURALISTICA DEL TERRITORIO

Il visitatore che per circostanze varie (turismo, congressi, affari, ecc.) capita nell’Abruzzo aquilano si rende ben presto conto di trovarsi in una realtà naturalistica del tutto disattesa sulla base di quanto generalmente era di sua conoscenza per un’area centroappenninica. Innanzi tutto non più colline dalle forme dolci ed arrotondate, dai versanti lievi ed intensamente coltivati, non prevale nel paesaggio il colore verde smeraldo o cupo dei cipressi o di altre conifere. Domina nei dintorni de L’Aquila un paesaggio di montagne aspre e con prevalenti nude pietraie e pareti calcaree, sottostante le quali o intercalate si estendono querceti caducifogli e vasti pascoli di impronta arida, di colore verde-giallognolo e marrone, con sfumature cromatiche di toni caldi.

IL TERRITORIO

 Il comune di Pizzoli ricade nel Parco Nazionale “Gran Sasso – Monti della Laga”. Il Parco, istituito nel 1991, si estende per 148.935 ettari sul territorio di 44 comuni divisi tra le province di L'Aquila, Teramo, Pescara, Ascoli Piceno e Rieti. Al suo interno ricadono completamente le catene montuose del Gran Sasso e dei Monti della Laga. La struttura principale e’ costituita da una lunga dorsale che si estende dal Passo delle Capannelle al Vado del Sole, con due catene parallele sulle quali si trovano le vette principali.  La catena piu’ alta segue la linea della costa adriatica fino al valico di Forca di Penne. Comprende le vette del Corno Grande (2912 m), del monte Prena (2561 m), Camicia (2570 m) dove si trova la risorgenza più elevata dell'Appennino, la Fonte Grotta, con interessanti concrezioni nelle piccole pozze d'acqua limpida e gelida, Pizzo Intermesoli (2646 m) e il Corno Piccolo (2655 m). L'altra catena, spostata ad Occidente, e’ costituita dai monti S. Franco (2132 m), Portella (2388 m), Scindarella (2233 m) e Bolza (1904 m). Dopo il ghiacciaio del Calderone le due dorsali si allontanano e danno spazio all'altopiano carsico di Campo Imperatore. La catena della Laga e orientata verso Nord-Sud e presenta due versanti, diversi tra loro per conformazione e clima. Quello orientale, piu’ umido e freddo, scende verso le pianure fluviali del Vomano, del Tordino, del Salinello, del Vibrata fino alla citta’ di Teramo. L'altro, in territorio aquilano, reatino e ascolano, precipita sul lago di Campotosto, sulla vallata del 'Tronto nei pressi di Amatrice, e sulle gole scavate dal fiume Vettore. Il crinale principale, sempre sopra i duemila metri, e’ costituito dalle vette del Monte della Laghetta (2369 m), del Monte Gorzano (2458 m) e del Pizzo di Sevo (2421 m). I Monti della Laga sono ricchi di acqua che sgorga in ruscelli e torrenti su ogni versante. In particolare, il versante aquilano del massiccio, costituito dalle propaggini piu’ settentrionali della provincia, e’ prevalentemente coperto da vegetazione arborea, ma su tutto domina il Lago di Campotosto, il piu’ esteso dell'Appennino, di origine artificiale ma localizzato su un preesistente bacino lacustre naturale.

 Il territorio montano di Pizzoli

 Ad est della catena del Gran Sasso, si estende il massiccio di Aielli, piuttosto modesto per elevazione e grandezza, il quale pur dipendendo ortograficamente dalla catena principale, può a ben ragione essere considerato un sottogruppo dotato di autonomia. Si tratta di una serie di rilievi che si innalzano fra la valle del fiume Aterno, a sud, e la valle di Faschiano, sua tributaria, percorsa dal torrente Mozzano, a nord. Il settore di competenza di Pizzoli del massiccio di Aielli va dal valico delle Capannelle alla Croce d’Aielli, a parte un breve tratto appartenente al comune di Barete. Dal valico, il crinale si alza con la cima della Serra (1523), il colle egli strascini (1505), il colle marchindoni (1483), il colle piccolo (1513), il colle ella macchia (1526), il più alto della catena, ed il colle grande (1531), quest’ultimo di Barete. Oltre l’importante forca carrara (1385), che agevola la comunicazione fra Pizzoli e la valle di Faschiano, la montagna si alza ancora con la cima delle tre torri (1493). Questo tratto della catena spartiacque è delimitato a sud dalle regioni di Recchiuti e di Aielli, formanti un vasto altopiano coltivato, dal quale ha origine la valle del Pago. Compreso fra la valle del Pago e la valle Donica di Barete è l’imponente mole di monte Marine (1465 m), la montagna che domina l’abitato di Pizzoli,  culminante con un piccolo altipiano contiguo alla piana di Recchiuti.

 Il Monte Marine

Ad ovest della Valle del Pago, si estende il largo crinale di Monte Marine, culminante con un altopiano (1491 m) che incombe sugli abitati di Pizzoli. Il vecchio sentiero che saliva questo monte partiva da Villa Re, uno dei rioni di Pizzoli, rimontando il ripido colle ora rimboschito con pini di castégliu vécchju. Il nome del costone (castello vecchio) indica che in passato doveva sorgere qui una rocca di epoca altomedievale, che costituiva l’incastellamento delle ville sparse di Pizzoli. Il monte Marine è raggiungibile anche dal sentiero CAI N° 22 che parte dall’ abitato di Vallicella m 825 oltre il quale diventa mulattiera e porta ad un pianoro a m 850. Attraversandolo in direzione N tenendosi prima vicino al fiume di sabbia che scende dal Fosso dell’Indice poi, spostandosi a destra si entra nel Fosso, superare due briglie e seguendo una marcata traccia si supera un boschetto e si arriva ad un panoramico terrazzino m 970. Qui si prende il marcato sentiero che in lievissima salita porta ad un tornante m 11 38, sostenuto da un muro a secco, della mulattiera proveniente dalla cava di sabbia delle Case Mazza. Da questo tornante in poi si segue tale mulattiera fino alla testata del Fosso dell’Indice dove c’è un abbeveratoio semidiruto m 1324. Attraversata la strada sovrastante, si risale il prato che si ha di fronte fino a trovare un sentiero che costeggia in direzione SW una valletta e porta ad un primo pianoretto con alcuni pini. Qui si percorre la lunga valle che si estende sotto le pendici sudorientali di Colle Recchiuti fin quasi alla fine m 1350.  Si entra così in un ultimo grande pianoro, anche questo con qualche rado giovane pino. Attraversandolo si giunge  ad un ampio e ondulato altipiano di M. Marine, se ne raggiunge il punto più elevato m 1460 che consente di osservare un vasto panorama. Oltre alla suggestiva visione della rocciosa e affilata crestina che incombe su Barete e sui pittoreschi valloni del Buco e di S. Stefano, alle cui pendici si estende Pizzoli, il panorama è interessante soprattutto verso SW dove lo sguardo spazia sulla Valle dell’Aterno e sui paesi del Contado Amiternino.

 La regione di Recchiuti

Il villaggio pastorale di Recchiuti, posto in una conca fra l'altopiano di Monte Marine ed il crinale della Faeta, è oggi raggiunto da una carrereccia che parte dall'abitato di Villa Mazza, poco a monte (827 m) del nucleo urbano di Pizzoli. La carrareccia, dopo numerosi tornanti in località la jùta, passa sotto la cimata di Monte Marine in località le cèse. Dopo lungo ed accidentato percorso, la strada carrozzabile entra nell’altopiano ricevendo il solco di una vecchia mulattiera - che correva lungo la Valle del Pago nei pressi di un abbeveratoio a quota 1324 m. Non lontano sono le casette di recchjùti, circondate da altri casali. Da qui si stacca la mulattiera di peschiciarégliu, che aggira da nord le creste sommitali di Monte Marine caratterizzate da numerose cimette, da cui appunto la designazione toponimica. La mulattiera di Peschiciarello va a toccare prima la sorgente dei puzzìgli (1320 m) e poi, quasi ai confini con Barete, quella delle fondanèlle (1375 m). Entrambe sono correttamente riportate sulle carte ufficiali, la prima chiamata i Pozzilli , la seconda le Fontanelle. Fra le due fonti, dal lato nord della mulattiera, si estendono i coltivi della sèrra..Proseguendo oltre le casette, lungo la carrareccia, si perviene nella parte coltivata dell’altopiano di Recchiuti, detta lo piàno egliu mónde, ovvero ‘il piano del monte’, con una locuzione molto diffusa ad indicare un contesto di coltivi situati in ‘montagna’, a monte del paese.  A ovest, a sinistra della strada, i coltivi sono delimitati dai due dossi di còlle murìsci (1336 m), sulla cui sommità è la casétta e màrzu, e di còlle mariàccia (1322 m).  A destra della strada si hanno invece le pendici della montagna della Faeta. Si passa dapprima sotto il Colle degli Strascini poi, dopo le casette, si lambisce la foce della vàlle sandostéfano, il cui nome richiama Santo Stefano venerato a Pizzoli. Dopo è la volta del Colle Marchintoni e, al di là di un breve fosso, chiamato V. Marchintoni sulle carte IGM, c'è lo stretto crinale del còlle ella nùce. Ancora oltre, si susseguono tre stretti crinali. Il primo è il còlle salère, dove vi sono delle salere, ovvero dei lastroni di pietra sui quali si depositava il sale per le capre e le pecore.  Il secondo crinale è chiamato, come la sua cima più in alto, còlle pìcculu, mentre il terzo è detto còlle egliu cérru, dal fitonimo cerro che può anche presupporre un bosco che non esiste più, tagliato per far posto al pascolo. Su quest’ultimo, transita il confine comunale con Barete.

Il territorio montano di Marruci

Il territorio montano di Marruci è antropizzato, in quanto attraversato dalla statale n° 80, con il suo Valico delle Capannelle (corrispondente alla cróce), nonché dalla provinciale del Vasto, dalla recente carrozzabile di Faschiano, e da una ulteriore strada asfaltata che percorre il versante settentrionale della montagna di San Franco (mondàgna de sanfràngu). Anche in passato era notevole la frequentazione di questi luoghi: basti pensare alla presenza del castello di Vio, della chiesetta di San Vincenzo, dell'edicola della Madonna della Zecca, nonché dei numerosissimi casali e casette sparsi lungo le vallate e sui pendii, e delle altrettanto numerose sorgenti. Di interesse escursionistico è il rifugio "Antonella Panepucci Alessandrini", a confine col tenimento di Chiarino. Il rifugio fu montato dall’ INSUD  che aveva intenzione negli anni 74-75 di realizzare nel gruppo  S. Franco-Ienca-Valle del Chiarino,  un colossale insediamento turistico che doveva costare 20 miliardi ed occupare 875 ettari di suolo e disboscarne 50, prevedeva la meccanizzazione delle valli dell’inferno e del Paradiso con 7 impianti di risalita per sport invernali, la realizzazione di 2500 posti letto in alberghi. Il villaggio doveva essere raggiunto da una strada di accesso attraverso la valle del chiarino. Poi la INSUD non ritenne più conveniente l’operazione e il progetto si fermò. La sezione del Cai dell’Aquila acquistò il capannone metallico montato per iniziare i lavori e lo trasformò in rifugio nel 1979 dedicandolo alla giovane alpinista aquilana Antonella Panepucci Alessandrini.

 Dal Valico delle Capannelle  alla montagna della Serra

 La statale n° 80 che sale da Arischia compie una tortuosa traversata del versante meridionale della montagna delle Macchie, superando diversi valloni e costeggiando ampie zone rimboschite a pino. Nei pressi del km 23,400 a quota 1271 (un km prima del Passo delle Capannelle) si imbocca una carrareccia e oltrepassato “l’Acquedotto di Pizzoli”, dopo qualche centinaio di metri il sentiero porta alla Fonte Furapà m. 1308. Da qui il sentiero inizia a salire fino a quota m. 1360, si risale un ripido pendio e si giunge alla sommità dove si ammira la sottostante prativa Conca di Valleona. Scendendo nella conca ci si dirige prima al Casale di Valleona m. 1417 e poi al vicinissimo Casale dirupo m. 1430 dal quale piegando a sinistra ci si inoltra in una stretta vallata. Varcato il Passo del Colle delle Pozze m. 1473, s’incontra una pista che si segue per un tratto. A quota 1500 si raggiunge la cresta della Serra e percorrendo tutto il pianeggiante semicerchio si raggiunge il monte Pago a m. 1521, da qui si  ammira un ampissimo panorama.  Dalla quota 1521 ci si abbassa verso il passo della Serra m. 1472 e si risale sulla cresta sommatale. Il panorama che si ha durante il percorso e dalla cima è amplissimo, si scorgono M. San Franco e Pizzo Cefalone, il Piano di Aielli, M. Marine e M. San Lorenzo , vediamo il lago di Campotosto, i monti della Laga, il Vettore, i Sibillini, il Terminillo, M. Calvo e tutto il gruppo Velino Sirente.

 La Montagna di San Franco

Per i locali di Marruci, la montagna più elevata del loro territorio, che si eleva fino alla quota di 2132 m, a confine con Arischia, è detta la mondàgna de sanfràngu, ovvero la montagna di San Franco, poiché sul suo versante sudorientale, in tenimento di Arischia, si trova il noto eremo di San Franco (di Assergi), ricavato in una grotta, assai frequentato. La cima di San franco è uno straordinario balcone sui vicinissimi Monti della Laga e sul lago di Campotosto. La cresta occidentale della montagna è percorsa dal sentiero CAI n° 12, con partenza dalla statale n° 80 nei pressi del km 26 (Ponte della Lama), in località detta cróce abbìu, cioè 'croce ad Vium, con riferimento al diruto castello di Vio, che si trovava poco a nord, e che concorse alla costruzione della città dell'Aquila, facendo poi perdere le sue tracce.  Dal Ponte della Lama si segue una strada bianca e successivamente una pista che sale a tornanti, si percorre la lunga cresta e si giunge alla cima di M. San Franco.

Una panoramica escursione, si ha seguendo la provinciale del Vasto, che si imbocca dalla statale n° 80 non lontano dalla centrale elettrica, si sale con qualche tornante al dosso che forma la saldatura orografica fra la montagna di San Franco e quella delle Macchie. In meno di 1 km, lungo la provinciale, si perviene alla chiesetta di San Vincenzo (1455 m).

A nord di tale località dominante, si trovano diverse sorgenti.  Lungo la provinciale del Vasto, procedendo da San Vincenzo in direzione est, si giunge in breve ad un ampio spiazzo, che costituisce l'àra degliu spìnu, ovvero una vera e propria aia, per la trebbiatura dei cereali coltivati in loco.  Sopra la strada, si estendono le pendici sud occidentali della Montagna di San Franco, conosciute con la locuzione pì mónde. Il paesaggio riposante fà  spazio ad ampi pascoli che la fioritura primaverile riempie di colori.

Ma la via più naturale e frequentata per percorrere il versante settentrionale della Montagna di San Franco è la strada, dapprima asfaltata, poi sterrata, che va al rifugio CAI "Antonella Panepucci Alessandrini".  Poco oltre la cróce abbìu sulla statale n° 80, occorre imboccare una evidente strada sulla destra, toccando in sequenza i ruderi della casétta de minichìgliu (1298 m), e la non potabile fónde masciócco, anche detta di retroàtu (1300 m ca.).

Dopo pochi metri, continuando lungo la strada asfaltata per il rifugio "Panepucci", si guada il fùssu e madònna ella zécca, che prende il nome dall'omonima cappella (Madonna della Zecca, 1432 m), sita più a monte, lungo il tracciato della vecchia mulattiera che la strada carrozzabile ha sostituito. La cappella è ricavata in una grotta dove, fino al 1940 secondo le testimonianze, si celebrava messa per la gente di montagna. Continuando lungo la carrozzabile, che si fa sempre più dissestata, si passa alla base del còlle remmùnnu, così detto perché sgombro dal bosco fino in alto. Si giunge, sempre seguitando lungo la carrozzabile per il rifugio "Panepucci", alla presa di uno degli acquedotti di Marruci, battezzata ufficialmente F.te Rio del Colle

Quasi ai confini col tenimento di Chiarino, si lasciano sulla destra le dirute casétta de luiggió e capànna de viòla, delle costruzioni rurali e si perviene in prossimità del colle  dove è l'arèlla de sórge, una vera ara, dove si trebbiavano leguminose foraggiere coltivate sul posto.

Dopo aver superato il Colle della Befania, la strada carrozzabile attraversa il vallone detto ju pìru, o fùssu egliu pìru, da un grosso albero di pero che si trova all'imbocco a valle. Guadato il vallone del Pero, si lascia sulla sinistra, poco a valle, la Sorg.te Acqua Fredda  (1260 m), che in realtà si trova al di fuori dei confini comunali.

Attraversata un’altra grande radura, con bella vista sulla rocciosa Costa di San Franco, si sale a svolte nella faggeta e, risalita una valletta erbosa, si incontra sulla sinistra il Rif. Antonella Panepucci Alessandrini (1700m). Da qui si può raggiungere la boscosa Valle dell’inferno e la prativa Valle del Paradiso.   Attraversata la Valle del Paradiso dopo una breve impennata si raggiunge l’ampio Passo del Belvedere  (1789 m) e successivamente la Piana dei Cavallari per proseguire sulla cresta rocciosa di Rotigliano. Seguendo il crinale, si giunge ad una sella e, dopo un ultimo tratto ripido, sulla cima di Monte San Franco (2132 m).

 MONTE SAN FRANCO: MONTAGNA INCANTATA

 Salire sul costone di nord-ovest allorquando imperversa la bufera ed il vento ti spinge verso il cielo,é un’esperienza da vivere e da ricordare nel tempo. La neve appare all’improvviso,in genere ai primi di Dicembre,ma a volte non disdegna di apparire anche prima,ed ammanta di candore la vetta,le pendici,i vecchi stazzi ed i sentieri che dal piano salivano un tempo percorrendo antichissime vie tracciate da uomini e donne e bambini,al seguito di armenti ed asini e cavalli,alla ricerca di legna da ardere o di erba da raccogliere per il lungo inverno:un inverno che, una volta, non finiva mai! La montagna di SAN FRANCO é stata, per secoli, muta testimone di una vita contadina rude, forte, instancabile. Sembrano passati cento anni da quando sono state abbandonate le terre e le coltivazioni in altura, da quando "gli ultimi" se ne sono andati in silenzio: ed invece sono solo passati alcuni decenni. Generazioni di uomini e donne forti erano riuscite a costruire dal nulla e con la forza delle sole mani rifugi,casette,edicole sacre per ripararsi ed ingraziarsi le benevolenze dei Santi Vincenzo,Cristoforo, Franco,e della Madonna della Zecca. Basta salire in altura e camminare, camminare e guardare quel cheé rimasto di capolavori architettonici destinati, loro malgrado,a scomparire. Sembrerà strano, ma non lo é, mettere al primo posto le "macere", mucchi o montagnole di sassi tolti per rendere coltivabili piccoli o piccolissimi appezzamenti di terra:una fatica immane, un lavoro certosino e paziente per “raccapezzare” sassi di tutte le misure, farne dei muretti perimetrali a secco, oppure degli enormi mucchi che, visti dall'alto del monte, specialmente lungo il Piano di Rotigliano, appaiono simili ad una superficie lunare. E che dire poi delle “casette”: ognuna conosciuta per il soprannome del proprietario. C’è (anche se ormai sarebbe meglio dire –c’era-) la casetta “de fà le chiai", la casetta "de ciccandonu", la casetta "de bardiccu", particolarmente accattivante per la presenza di enormi piante di ciliegio. E poi decine di casette di cui sono rimaste semplicemente le fondamenta, che la natura sovrana sta pian piano ricoprendo e portando definitivamente nell'oblio.

La casetta "e cchiappa", ormai diruta, é ancora lì a testimoniare la permanenza in essa dell'ultima famiglia patriarcale che ha coltivato fino a pochi decenni fa una parte del territorio,tirando su tra fatiche e rinunce, orzo, patate, lenticchie, foraggio, cicerchie, farro: per procurarsi l'acqua dovevano scendere ad una sorgente distante decine di minuti,in basso,e risalire con i recipienti appesi al bastone:una fatica immane per la sopravvivenza alimentare. In questi ultimi anni,la Montagna di San Franco è diventata, meta sempre di più, di numerosi escursionisti, anche grazie alla presenza del rifugio “Antcnella Panepucci Alessandrini“, che si trova sul versante nord ad un'altezza di 1420 m. e che ospita durante tutto l'anno gli appassionati della montagna. Una montagna ricca di acque sorgive e freschissime, che sgorgano in entrambi i versanti, come la sorgente di Pratonisco, di Faschiano, di Spugna, dell’ Acqua Fredda,  di Piedimonte , tutte sorgenti , queste, che permettono l'allevamento in altura durante la stagione primaverile ed estiva,di numerosi capi di bestiame(ovini,cavalli,bovini), anche grazie alla presenta di erbaggi freschi e profumati. Ai primi tepori primaverili le pendici della montagna offrono fioriture variopinte che ristorano la vista di chi la percorre: dal giallo al rosso fucsia, dal viola al rosso canarino, dal verde cupo al rosso scuro un arcobaleno di colori che solo una montagna ancora integra può offrire!

Le edicole erette in onore dei Santi ornano le pendici basse del Monte: si incontra per prima quella di San Vincenzo, che mani devote sono riuscite a portare al vecchio splendore. Poi c'è' San Cristoforo eretta sasso contrastando sasso, con una magnifica volta a botte che sta ormai scomparendo, come ormai scomparsa la bellissima immagine in pietra che ne ornava la nicchietta esterna. C'é infine la chiesetta di San Franco eretta nei pressi della sorgente miracolosa che si dice guarisca dai mali più vari chi vi si immerga, è talmente buona da bere che un tempo si partivano a piedi dai luoghi più lontani per farne incetta a dorso di mulo. Il rispetto e la venerazione popolare portava frotte di persone ad assistere alla messa annuale che si celebrava in località Madonna Della Zecca, sita ai margini del bosco, per invocare la protezione sui raccolti e sugli allevamenti delle greggi.Un tempo file interminabili di asini, carretti, uomini, salivano dai paesi di Arischia e di Pizzoli alle prime luci dell'alba, per fare in tempo a riscendere con ciò che le terre alte producevano. Durante la stagione calda si pernottava nelle casette, a fianco delle bestie o sui soppalchi eretti per il tepore della notte. Oggi tutto é cambiato: i fuoristrada la fanno da padroni, andando e venendo lungo le antiche carrareccie che solcano i piani alti dei pascoli, dove un tempo migliaia di pecore producevano dei formaggi mitici, profumati, buonissimi. Il silenzio regna oggi sovrano, vola ancora qualche coppia di rapaci, lepri silenziose e fugaci si celano sotto i cespugli di rosa canina, il lupo é riapparso dopo le decimazioni del passato qualcuno dice di aver visto l'orso!

Ma la montagna di San Franco é sempre lì, a dominare il tempo che vola via, a guardare lontano, verso il mare, verso il lago di Campotosto, verso la catena del Terminino: dalla vetta si dominano spazi grandi, ti sembra di riconoscere il mondo nelle sue diverse tonalità, ti sembra di vedere, nell'alba aranciata che si alza dal mare, l'origine della vita, e nel tramonto dorato un senso di nostalgici ricordi! 

Fiume Aterno

Un percorso escursionistico alternativo a valle è rappresentato dal corso del fiume Aterno che si dice abbia le acque più fredde d’Italia. Nasce presso Aringo al margine settentrionale della conca di Montereale. La zona delle sorgenti, difficile da identificare perché costituite da numerose pozze, rivoli e ruscelli, è una zona di media montagna arida o coperta di rovi nella parte più elevata, ricca di vegetazione arborea ed arbustiva molto aggrovigliata appena più in basso. Il bosco misto che circonda il fiume appena nato è composto di piante tipiche dell’habitat fluviale quali il pioppo, il salice e l’ontano, ma anche da alberi caratteristici dell’ambiente sub montano come querce, aceri, ornelli e sorbi. Durante la stagione primaverile lungo le rive del fiume si assiste ad una intensa fioritura di piante arbustive come il maggiocianolo e di piante erbacee come la violetta e l’anemone. Sebbene l’intervento umano sia evidente anche in questa zona, con la vicinanza di strade asfaltate, nell’ambiente è possibile trovare i segni di una “naturalità diffusa”, ciò rende l’escursionismo in questa zona affascinante. Nel tratto che va dalla zona delle sorgenti fino all’Aquila è possibile costeggiare il fiume su sentieri e sterrate percorribili a piedi o in mountain bike. Di notevole interesse, nel tratto pianeggiante del fiume, sono i mulini ad acqua, testimonianza di raffinata tecnologia, di una sapienza tecnica che deve tener conto di conoscenze di idraulica, di lavorazione di pietra e legno, di velocità e pressione di acqua, di pesi e di leve. La “raffota”, il “retrecine”, la “macina”, la “ tramoggia”, costituiscono l’antica macchina di cui si sta perdendo la memoria. Fortunatamente ancora oggi nei pressi di Pizzoli si possono visitare gli unici due mulini ancora funzionanti lungo il fiume Aterno. 

Lago di Campotosto

A 25 Km da Marruci, superato il passo delle Capannelle, troviamo il lago di Campotasto. E’ un lago artificiale, realizzato intorno agli anni 40 per scopi idroelettrici, allagando una vasta zona di pascoli e di torbiere, posto a circa 1313 m s.l.m.

Si ammirano, nei dintorni, numerosi tipi di vegetazione, sia pascoli alpino-subalpini che ambienti umidi presso le sponde. Le rive del lago di Campotosto si caratterizzano, infatti, per numerosi aggruppamenti palustri di grande interesse, quali il Cariceto a Carice palustre (Carex gracilis) e le praterie a dominanza di Giunchine (Eleocharis palustris ed E. uniglumis). Altrettanto interessante è la fauna, soprattutto uccelli stanziali e di passo e gli insetti ed altri invertebrati. Il Lago di Campotosto è meta di attività turistiche e di pesca sportiva; il Ministero dell’Agricoltura da una decina di anni vi ha istituito una riserva naturale affidata alla gestione dell’amministrazione forestale dell’Aquila.  Altro territorio ricco di naturalità è la Valle del Vasto, nel versante nord occidentale del Gran Sasso, che da Assergi risale verso Passo delle Capannelle, con rupi, sorgenti( di S.Franco), ruscello montano e relative vegetazioni idrofile ed ad alte erbe, pascoli, pietraie e boschi di roverella e di faggio ed ancora per la celebre Grotta a Male di Assergi di grande importanza antropologica e paleontologica  Zone planiziari di Pile-Preturo-Sassa- Scoppito-S.Vittorino Pizzoli (circa 640 - 700 m s.l.m.).

Il paesaggio ha una netta impronta lacustre; essa è, infatti, il settore settentrionale del fondo dell’antico lago della Conca Aquilana, risalente al periodo pleistocenico (circa 30-12 mila anni fa). La pianura ha subito un notevole impatto antropico per i numerosi insediamenti urbani ed industriali antichi e recenti, e solo qua e là, in modo sporadico e frammentato, sono rimasti accantonate le testimonianze dell’originaria antica e diffusa vegetazione igrofila, quali le formazioni a grossi carichi (magnocariceti) che formano cespi densi e talvolta piccole praterie di grandi carici costituite da Carex elata e Carex pseudocyperus. Esse attualmente sono rimaste accantonate, in modo frammentato, in vicinanza di stagni e pozze umide in varie zone, sopratutto in prossimità dell’Aterno, come ad es. presso Coppito, Amiterno e Pizzoli-Barete .

Il paesaggio vegetale di fondovalle è caratterizzato da frammenti di boschi idrofili, dominati da salici, soprattutto Salice bianco (Salix alba), salice rosso (Salix purpurea), salice a foglie sottili (Salix eleagnos), sopravvissuti in filare o in piccole formazioni. In prossimità di Scoppito nelle piccole depressioni vallive si rinvengono piccoli laghetti e pozze d’acqua e formazioni torbose, derivate dalle primigenie estese praterie a carici.

Alcuni colli, antiche isole del lago aquilano pleistocenico, si innalzano nella pianura; sono di notevole effetto paesaggistico.Tra essi Colle Maccione di Coppito (766 m) e Colletara di Scoppito(746 m), ricoperti di boscaglie a roverella e di pascoli aridi, con interessanti entità fra cui le endemiche violaciocca appenninica (Matthiola sicula), l’erisimo (Erysimum pseudorhaeticum), l’onobrichide bianca (Onobrychis alba subsp.alba.

Negli ultimi 40-90 anni sono stati impiantati vasti rimboschimenti a pino nero di Villetta Barrea (zona di S. Giuliano e Pettino, zona di Arischia e di Pizzoli-Capannelle), su pietraie e pascoli aridi, con ottimi risultati. Negli ultimi anni (1993-1995) numerose pinete sono state danneggiate e distrutte da incendi dolosi. A ridosso del Gran Sasso si sono formate praterie di aspetto steppico e di composizione floristica peculiare; esse oltre a bromi, kelerie, fleo ed altre specie mediterranee, annoverano numerose piante pontiche ed orientali, quali Stipa capillata, rara in Italia, nota per alcune valli steppiche intralpine, quali Val Venosta; Lactuca perennis,Evonymus verrucosus, ecc.

Campo Imperatore

Campo Imperatore è un vasto altopiano, che si estende per circa 15 Km dalla parte centrale del Massiccio del Gran Sasso, verso Sud. Nella porzione più ampia raggiunge i 5 Km. E’ delimitato, a Nord da Sella di M.Portella (2385 m) -M. Scindarella (1991 m), ad Est dalla catena Brancastello (2385 m), M. Prena (2661 m). M. Camicia (2664 m) ed a Sud-Ovest dalle Coste di M.Bolza. E’ chiuso a Sud dalle Coste di S.Vito(1892 m) e M. Guardiola (1800 m).

L’altopiano, di origine tettonica, è costituito da una serie di piani, inclinati verso Est, delimitati dai versanti montuosi circostanti, a differente pendenza.

Numerosi sono anche i depositi legati al glacialismo; antichi archi morenici (presso il Rifugio Duca degli Abruzzi. M. della Scindarella), depositi glaciali (Coppe di S. Stefano), o anche da residui di coni di deiezione antichi e da sedimentazione alluvio-glaciale (fondo di Campo Imperatore ).